martedì, Maggio 26, 2026

Addio a Sonny Rollins, leggenda del jazz: aveva 95 anni

di Alessandro Ceccarelli

La morte di un gigante non è mai soltanto una notizia. È la chiusura di un’epoca, il silenzio improvviso di una voce che sembrava destinata a restare per sempre nell’aria, sospesa tra memoria e presente. Con la scomparsa di Sonny Rollins, morto a 95 anni nella sua casa di Woodstock, nello Stato di New York, il jazz perde uno dei suoi ultimi monumenti viventi, un artista che ha attraversato quasi un secolo di musica trasformandolo e riscrivendolo a ogni passo. L’annuncio della morte è arrivato dalla sua portavoce, Terri Hinte: da tempo il sassofonista era costretto a vivere lontano dai palcoscenici a causa di una fibrosi polmonare che aveva progressivamente limitato la sua quotidianità. Eppure, anche negli anni del silenzio, la sua figura era rimasta intatta, quasi mitologica. Perché Rollins non era soltanto un grande musicista. Era uno degli ultimi superstiti dell’età eroica del bebop, una delle menti improvvisative più straordinarie che il Novecento abbia mai conosciuto, un uomo che ha condiviso il proprio tempo con giganti come Charlie Parker e John Coltrane, riuscendo tuttavia a restare irriducibilmente se stesso. Nato ad Harlem il 7 settembre 1930 con il nome di Walter Theodore Rollins, venne al mondo in una casa dove la musica era una presenza quotidiana. Il padre suonava il clarinetto, il fratello il violino, la sorella il pianoforte. Era un ambiente dove il linguaggio delle note precedeva quasi quello delle parole. Da bambino iniziò studiando pianoforte, ma a undici anni il destino bussò sotto forma di un sassofono. Fu un’attrazione immediata, quasi inevitabile. Scelse inizialmente il sax contralto, salvo innamorarsi poco dopo del tenore seguendo l’esempio del suo idolo, Coleman Hawkins. Harlem, in quegli anni, era un laboratorio musicale in continua ebollizione. Le strade, i club fumosi, le sale da concerto erano il cuore pulsante di una rivoluzione artistica che stava cambiando il volto del jazz. Rollins era ancora un ragazzo quando entrò nell’orbita di figure decisive come Bud Powell e Miles Davis. Per Davis scrisse brani destinati a diventare classici immortali come “Oleo” e “Airegin”, prima di entrare nella formazione di Thelonious Monk. Aveva poco più di vent’anni, ma il suo talento era già riconosciuto da chi stava scrivendo la storia. Poi arrivò la caduta. I primi anni Cinquanta segnarono una frattura dolorosa nella sua vita. Come molti musicisti della sua generazione, Rollins precipitò nella dipendenza dall’eroina, un vortice che travolse intere carriere e divorò una parte della scena jazz americana. Finì in carcere due volte, tra rapine e violazioni della libertà vigilata. Sembrava il classico racconto di un talento destinato ad autodistruggersi. Nel 1954 prese però una decisione che cambiò tutto: si fece ricoverare in un centro di disintossicazione a Lexington, nel Kentucky. Fu una rinascita personale oltre che artistica. Tornò sulla scena con una consapevolezza nuova e si unì al quintetto guidato da Max Roach e Clifford Brown, una formazione considerata ancora oggi una delle più importanti nella storia dell’hard bop. Due anni dopo arrivò il disco che lo consegnò definitivamente alla leggenda: Saxophone Colossus. Il titolo sembrò una profezia. Dentro quel lavoro c’era “St. Thomas”, composizione influenzata dal calypso e dalle radici caraibiche della sua famiglia, originaria delle Isole Vergini americane. C’era già tutto: il senso ritmico, l’invenzione melodica, l’ironia, quella capacità di costruire assoli che sembravano racconti pieni di deviazioni, colpi di scena e intuizioni improvvise. Ma la grandezza di Rollins non risiedeva soltanto nella tecnica. Risiedeva nella sua inquietudine. Nel pieno del successo, quando chiunque avrebbe consolidato la propria fama, nel 1959 fece qualcosa di impensabile: sparì. Si allontanò dalle scene, rifiutò concerti e incisioni, interruppe la corsa verso la celebrità. Si sentiva insoddisfatto, convinto di non aver ancora raggiunto ciò che cercava artisticamente. Per oltre due anni trascorse giornate intere esercitandosi sulla passerella pedonale del ponte di Williamsburg a New York. Quattordici, quindici ore al giorno con il sax tra le mani. Il rumore del traffico copriva il volume dello strumento e gli permetteva di suonare senza disturbare nessuno. Quel ponte divenne il suo eremo personale, una sorta di monastero sospeso sull’East River. Da quella autoesclusione nacque The Bridge, nel 1962. Non era soltanto un titolo: era una dichiarazione. Un ponte tra il musicista che era stato e quello che desiderava diventare. Un disco che ancora oggi viene considerato una delle massime espressioni della sua ricerca improvvisativa. Gli anni Sessanta lo videro confrontarsi con i linguaggi emergenti del free jazz, esplorando territori che molti della sua generazione guardavano con sospetto. Nel 1966 firmò la colonna sonora del film Alfie, dimostrando ancora una volta la capacità di attraversare forme e contesti differenti. Anche in quel periodo, tuttavia, Rollins rimase fedele alla sua natura di eterno cercatore. I viaggi in Giappone e India lo portarono verso il buddismo zen e una nuova trasformazione interiore. Ancora una volta si allontanò dalla musica per ritrovare sé stesso. Quando riapparve nei primi anni Settanta non era più semplicemente un grande sassofonista: era diventato una leggenda vivente. Arrivarono una borsa Guggenheim, i grandi teatri, il riconoscimento internazionale. E persino incursioni inattese nella cultura pop. Nel 1981 collaborò con i Rolling Stones incidendo tre assoli per l’album Tattoo You. Tra questi, quello di “Waiting on a Friend” divenne uno dei momenti più memorabili del disco, la dimostrazione che il linguaggio di Rollins riusciva a parlare ben oltre i confini del jazz. In oltre sei decenni di carriera ha inciso più di sessanta album come leader, ottenuto premi, Grammy e riconoscimenti internazionali. Ma i numeri raccontano solo una minima parte della storia. L’ultimo concerto risaliva al 2012. Nel 2014 aveva smesso definitivamente di suonare. I problemi respiratori avevano chiuso il sipario sul musicista; non sulla sua eredità. Perché Sonny Rollins apparteneva a quella rarissima categoria di artisti che non si limitano a interpretare il proprio tempo: lo cambiano. Ora se ne va davvero uno degli ultimi testimoni dell’età d’oro del jazz. E con lui scompare un pezzo di quella stagione irripetibile in cui uomini armati soltanto di uno strumento e di un’idea riuscivano a reinventare il mondo, una nota dopo l’altra.

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