Sei anni e quattro mesi di reclusione. È la condanna inflitta dal gup di Roma, al termine del rito abbreviato, a Tancredi Antoniozzi, 22 anni, figlio del deputato di Fratelli d’Italia Alfredo Antoniozzi, accusato di rapina aggravata e tentata estorsione ai danni di alcuni coetanei. I fatti contestati si inseriscono nell’ambito delle cosiddette “rapine dei Rolex” avvenute nel quartiere romano dei Parioli, zona bene della Capitale. Secondo l’impianto accusatorio, Antoniozzi sarebbe stato il promotore e organizzatore di uno dei colpi, la sottrazione di un orologio del valore di circa 20mila euro. Della banda facevano parte altre tre persone. Il giudice oggi ha disposto altre due condanne infliggendo cinque anni e otto mesi per David Cesarini, tre anni per Manuel Fiorani. Il quarto imputato, Michael Giuliano, è stato assolto con la formula “per non aver commesso il fatto”. Negli atti dell’inchiesta gli inquirenti indicano Antoniozzi come figura centrale nell’organizzazione delle azioni. Per l’accusa, il 22enne avrebbe prima orchestrato la rapina e successivamente messo in piedi una strategia per ottenere denaro dalla vittima in cambio della restituzione dell’orologio. Una mediazione ritenuta fittizia dai magistrati, dietro la quale si celerebbe invece un tentativo di estorsione. La rapina risale al dicembre 2024, quando nel quartiere Parioli la vittima sarebbe stata seguita e poi minacciata con un coltello da cucina da uno dei complici, che si sarebbe fatto consegnare il Rolex Daytona. Dopo l’aggressione, il giovane rapinato si sarebbe rivolto proprio ad Antoniozzi per recuperare il bene sottratto. Quest’ultimo avrebbe indicato un presunto intermediario, poi risultato essere parte della stessa banda. Alla vittima sarebbe stato richiesto il pagamento di settemila euro per riottenere l’orologio. Un passaggio ritenuto centrale dagli investigatori per configurare il tentativo di estorsione. Nel corso delle indagini, uno degli indagati ha collaborato con gli inquirenti contribuendo a ricostruire la dinamica dei fatti. La vittima ha quindi formalizzato la denuncia, consentendo agli investigatori di consolidare il quadro probatorio. Nell’ordinanza cautelare, il gip aveva parlato di una “spiccata tendenza a delinquere non per bisogno”, ma per il “piacere di trasgredire le regole”.







