La tensione tra Stati Uniti e Iran registra un ulteriore innalzamento verbale dopo la replica ufficiale di Teheran alle dichiarazioni rilasciate da Donald Trump a Garden City. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha affidato a un duro messaggio sui social la risposta alle parole del leader della Casa Bianca, il quale aveva annunciato la futura intenzione di dichiarare lo Stretto di Hormuz “territorio degli Stati Uniti” in seguito alla sconfitta dell’Iran. “Lo Stretto di Hormuz non si conquista con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale. L’Iran non teme le minacce né si inchina di fronte alle dimostrazioni di forza”, ha scritto Gharibabadi, respingendo fermamente le pressioni di Washington e i presupposti del blocco navale imposto nella regione. Il rappresentante del governo iraniano ha ribadito con forza la sovranità di Teheran sul nodo petrolifero strategico: “Lo Stretto di Hormuz è stato iraniano, è iraniano e rimarrà iraniano; verrà chiuso e aperto solo su comando dell’Iran”. Lo scontro dialettale evidenzia il persistere di una forte contrapposizione diplomatica e militare sul controllo delle rotte energetiche mediorientali, mentre si susseguono i tentativi di mediazione internazionale per gestire la crisi. Durante un intervento pubblico all’Accademia di polizia di Garden City, nello Stato di New York, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un duro affondo contro Teheran, dichiarando che presto lo Stretto di Hormuz verrà ufficialmente proclamato “territorio degli Stati Uniti”. Parlando nel pieno di una fase di stallo negoziale, il leader della Casa Bianca ha rimarcato che l’Iran sta subendo una “pesante sconfitta” e ha ribadito l’efficacia del blocco navale imposto da Washington, descritto come una “barriera d’acciaio” capace di impedire il passaggio di qualsiasi nave non autorizzata. Le dichiarazioni di Trump arrivano a ridosso della scadenza del cessate il fuoco di 60 giorni negoziato tramite la mediazione del Pakistan, fissata per lunedì 17 agosto. Nonostante i tentativi diplomatici di Islamabad per raggiungere una proroga, la Casa Bianca ha scelto di inasprire ulteriormente la pressione sul Paese mediorientale. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha infatti preannunciato l’arrivo di misure economiche senza precedenti volte a isolare totalmente l’economia iraniana, mentre il blocco navale guidato dal Pentagono proseguirà a tempo indeterminato, malgrado le polemiche sollevate attorno alle condizioni operative della portaerei USS Abraham Lincoln, destinata ad essere sostituita dalla USS George Washington. Sul fronte interno ed economico, l’amministrazione si muove su un doppio binario. Da un lato il vicepresidente JD Vance ha ribadito che l’obiettivo prioritario di Washington resta duplice: impedire categoricamente che Teheran si dote di armi nucleari e, al contempo, calmierare i prezzi di petrolio e carburanti per i consumatori statunitensi attraverso la riapertura in sicurezza della rotta marittima. Dall’altro, cresce l’attenzione dei repubblicani in vista delle elezioni di midterm del prossimo novembre, con il timore che il protrarsi del conflitto e i contraccolpi sulla spesa energetica possano trasformarsi in un fattore di rischio politico cruciale per la tenuta del Congresso. La crisi diplomatica e militare tra Stati Uniti e Iran si arricchisce di un nuovo capitolo dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Rispondendo alle indiscrezioni relative a una possibile proroga dei negoziati o della tregua, Araghchi ha chiarito che al momento “non è stata ancora presa alcuna decisione sulla ripresa dei colloqui con gli Stati Uniti”, sottolineando che il documento firmato a Islamabad mirava alla “fine della guerra, non a un semplice cessate il fuoco”. Secondo quanto riportato dall’Agenzia di stampa iraniana Isna, il ministro ha accusato Washington di aver violato gli accordi, facendo ripartire i combattimenti e vanificando l’ipotesi di una tregua temporanea di sessanta giorni da rinnovare. Nonostante lo stallo e la chiusura dei vecchi canali di comunicazione, definiti non più efficaci, Araghchi ha confermato che i Paesi mediatori, in particolare Qatar e Pakistan, continuano a mantenere aperti i contatti attraverso lo scambio di messaggi, lasciando intravedere la necessità di stabilire nuovi canali diplomatici per gestire l’emergenza nello Stretto di Hormuz. Una petroliera della compagnia statale degli Emirati Arabi Uniti ADNOC (Abu Dhabi National Oil Company) è stata bersaglio di un attacco mentre transitava attraverso le acque dello Stretto di Hormuz. La notizia, diffusa inizialmente dall’agenzia di stampa ufficiale emiratina WAM, ha trovato riscontro nei bollettini della sicurezza marittima internazionale, evidenziando le crescenti tensioni geopolitiche e di sicurezza lungo una delle rotte energetiche più strategiche e sensibili del pianeta. Secondo quanto comunicato dai vertici dell’azienda e ripreso dalle autorità locali, l’equipaggio è rimasto illeso e non sono stati registrati feriti in seguito all’episodio. La situazione a bordo è stata prontamente gestita e riportata sotto controllo grazie all’intervento tempestivo dei sistemi di sicurezza e delle squadre d’emergenza, mentre proseguono le verifiche tecniche per valutare eventuali danni materiali all’imbarcazione e monitorare la stabilità dei flussi di navigazione commerciale nella regione.
Trump: “Presto Hormuz sarà territorio americano”. Teheran: “Hormuz non si conquista con un tweet”
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