Musica, cinquant’anni fa il capolavoro di Miles Davis “In a silent way”: e il jazz divenne elettrico

Non suonare quello che c’è. Suona quello che non c’è”  (Miles Davis)

di Alessandro Ceccarelli

La carriera di Miles Davis è stata sempre caratterizzata da improvvise svolte musicali che spesso spiazzavano critici e fan. Il musicista non si è mai preoccupato di piacere al pubblico. Ha sempre suonato la musica che “sentiva” giusta per lui. Dalla fine degli anni ’40 sino alla sua morte avvenuta nel 1991, ha cercato di rinnovarsi e di sperimentare nuove vie espressive del linguaggio del jazz. Quando usci “In a silent way”, il 30 luglio del 1969, il clamore fu enorme. Non si era mai sentito un disco di jazz così elettronico. Il suono era completamente diverso da tutti quelli dei suoi colleghi. Molti puristi della musica improvvisata gridarono allo scandalo per le contaminazioni con il rock-blues che in quel periodo trionfava nel mondo giovanile con il festival di Woodstock. Solo i più attenti osservatori di Miles Davis si erano accorti che già da alcuni anni, il trombettista stava cambiando direzione. I precedenti album “Miles in the sky” e “Filles de Kilimanjaro” avevano in sé il “germe” della cosiddetta “svolta elettrica” con la presenza di giovani talenti come Chick Corea e Herbie Hancock, entrambi al piano elettrico Fender Rhodes e George Benson alla chitarra. Con il disco successo la rivoluzione sonora è completata in maniera totale. Miles Davis si circonda del talentuoso John McLaughilin alla chitarra e lo straordinario Joe Zawinul all’organo; conferma Corea ed Hancock al piano elettrico, Dave Holland al contrabbasso e Tony William alla batteria. Si tratta di una band eccellente, compatta e affiatata. Ogni singolo musicista è libero di sperimentare le sonorità del proprio strumento senza confini, senza ostacoli. Miles Davis espone le sue idee, spiega la sua direzione musicale e soprattutto il suono che vuole, poi lascia che siano le singole sensibilità a completare la struttura e la realizzazione di questo stupefacente affresco. Dietro richiesta di Tony Williams, McLaughlin partì dall’Inghilterra alla volta degli Stati Uniti per suonare con i “The Tony Williams Lifetime”. Il batterista portò McLaughlin a casa di Davis la sera prima dell’inizio della registrazione di “In a Silent Way”. Davis non aveva mai sentito nominare prima il chitarrista, ma rimase così impressionato da lui che gli disse di presentarsi in studio il giorno seguente. Il giovane McLaughin era molto emozionato per il dover suonare in studio con una “divinità” come Miles Davis.  Quest’ultimo durante la prima session di registrazione gli disse di suonare il più lento possibile. Voleva che “sentisse” con il cuore ogni singola nota della sua chitarra. “In a silent way” fu come una meteora che cambiò per sempre il concetto per il quale i generi musicali dovessero essere separati. I critici musicali, in evidente difficoltà nel dover etichettare una musica così diversa, coniarono alcuni neologismi come “jazz-rock” e “Fusion music”. Entrambe non rendevano pienamente giustizia nei confronti di una svolta musicale senza precedenti. Mai nella musica jazz i brani erano stati così lunghi e dilatati. Nella prima facciata è presente infatti una sola composizione, una suite di oltre 18 minuti in cui su un tappeto sonoro di due piani elettrici e un organo che danno un forte senso di fluidità, si susseguono le improvvisazioni della straordinaria tromba di Davis e della chitarra di McLaughlin. Basso e batteria incalzano con un ritmo ipnotico, quasi psichedelico. Anche la seconda facciata è composta da un solo brano di oltre 19 minuti suddiviso in tre movimenti. La musica di Miles Davis, pur seguendo la forma dell’improvvisazione su una serie di accordi, come nella tradizione del jazz, impresse una svolta indelebile. Dopo “In a silent way” il jazz non fu più lo stesso. Intere legioni di musicisti seguirono lo spunto di Miles Davis. John McLaughlin fondò nel 1971 la Mahavishnu Orchestra, Chick Corea i Return to forever e Joe Zawinul (il più geniale dei discepoli di Davis) i Weather Report. La caratteristica che univa queste band che raggiunsero il grande successo negli anni ’70, fu quella di abbattere i confini tra i generi musicali, fu quella di coniugare al meglio i diversi linguaggi per plasmare una musica completamente nuova, libera e molto creativa. Con il successivo doppio album “Bitchess Brew” (1970), Miles Davis proseguì la sua esplorazione sonora prima di ennesimi repentini cambiamenti che caratterizzarono i successi decenni della sua straordinaria carriera musicale.