Cinema: quarant’anni fa usciva “Oltre il giardino”, spietata e grottesca analisi della società americana

“La vita? E’ uno stato mentale”

 

di Alessandro Ceccarelli

Quarant’anni fa usciva nelle sale statunitensi “Oltre il giardino” (Being there”), una delle commedie più originali e sofisticate che il cinema americano ricordi. Un film dal tocco leggero, surreale e delicato diretto con rara maestria dal regista Hal Ashby (1929-1988, celebre per aver girato “Harold & Maude”, “Tornando a casa”, “Questa terra è la mia terra” e “l’Ultima corvè”). Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore polacco Jerzy Kosinski (1933-1991) che scrisse la sceneggiatura del film, “Oltre il giardino” è una sorta di black comedy ferocemente critica sulla società e sul costume americano. Il protagonista di questa bizzarra vicenda è Chance (Peter Sellers), un uomo di mezza età che non ha mai visto le cose della vita al di fuori del proprio giardino che cura amabilmente. Egli è analfabeta: l’unica forma di istruzione è la televisione che guarda con attenzione quasi morbosa. Sappiamo poco di lui, specie della sua infanzia, la madre era morta prima della sua nascita e una persona che viene chiamata il Vecchio si era preso cura di lui.  Ecco come lo scrittore polacco descrive il suo il protagonista:

Chance aveva trovato la sua giusta collocazione nel giardino Chance doveva lavorare nel giardino, dove si occupava delle piante e delle erbe e degli alberi che serenamente vi crescevano. Era come uno di loro: muto, generoso sotto il sole e pesante quando pioveva.  Si chiama Chance che in inglese vuol dire caso perché era nato per caso. Senza una vera famiglia. Anche sua madre come lui aveva un handicap mentale “il molle humus del suo cervello, il terreno dal quale spuntavano tutti i suoi pensieri, era stato distrutto per sempre”. Per questo motivo gli sarebbe stato difficile trovare un posto nella vita e nel mondo  al di fuori del giardino e del suo alloggio”.

Ebbene, quest’uomo che non ha un passato per un banale incidente riesce ad entrare in contatto prima con una potentissima e ricchissima famiglia di finanzieri che ha contatti con la Casa Bianca e poi (incredibilmente) diventerà uno dei principali consiglieri del presidente degli Stati Uniti. Il film di Hal Ashby anticipò di un anno l’elezione di Ronald Reagan (che era stato un mediocre attore di Hollywood). Da qui la sottile metafora di “Oltre il giardino” che sembra volerci dire che grazie alla televisione anche un qualsiasi ‘idiota’ o ‘disadattato’ può arrivare ai vertici del potere. Da non sottovalutare anche l’affinità con l’elezione nel 2016 di Donald trump, controversa figura del mondo immobiliare che era totalmente fuori dal giro della politica statunitense. La pellicola di Hal Ashby è sorprendente e straordinaria anche per altri aspetti. Innanzitutto l’elegante e sofistica fotografia Caleb Deschanel, abilissimo nell’illuminare l’aristocratica residenza (il film fu girato nel castello dei banchieri Vanderbilt) del ricco e anziano finanziere Ben (Melvyn Douglas premiato con l’Oscar per il migliore attore non protagonista); poi la toccante colonna sonora che comprende brani del pianista francese Erik Satie (Gnossiennes 4 e 5); la versione jazz di “Also Sprach Zarathustra” di Richard Strauss eseguita da Eumir Deodato; la platonica relazione tra Chance e la figlia del vecchio (una strepitosa Shirley McLaine) e dulcis in fundo l’inquietante finale. Ai funerali del presidente (magistralmente interpretato da Jack Warden, 1920-2006), Chance si allontana e cammina sulla acque di un laghetto come se fosse solida. Improvvisamente si ferma e immerge l’ombrello nell’acqua.