Ladispoli piange la scomparsa di Amedeo Lazzeri, toccanti le parole inviateci dalla nipote Francesca

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Ladispoli piange la scomparsa di Amedeo Lazzeri,

toccanti le parole inviateci dalla nipote Francesca

 

di Francesca Lazzeri

 

Morire al tempo del Coronavirus per chi ha sempre amato la compagnia sembra quasi una punizione divina. Nessun funerale, nessun abbraccio, solo tanti messaggi di condoglianze che sono arrivati via telefono e via social e che come un fiume in piena ci hanno travolto. Il caso ha voluto che Amedeo Lazzeri, classe 1939, ci lasciasse proprio ora. Era un anno che lottava contro un brutto male, ma neanche quello gli aveva tolto quell’ironia e quella battuta pronta che ho sempre riscontrato in tutti i vecchi ladispolani. Aveva continuato, nonostante tutto, a stare in mezzo agli amici, a frequentare la fraschetta, ad essere spiritoso ed allegro, a fare attività fisica. Se lo volevi fare contento lo dovevi sfidare a braccio di ferro: a quasi 81 anni aveva bicipiti da fare invidia ad un trentenne e la forza di certo non gli mancava per batterti.  Sarà stata la fame, sarà stato il fatto di nascere durante la guerra, ma era proprio un personaggio. In mio zio Amedeo ho sempre visto una sorta di animale mitologico, metà uomo, e per l’altra metà tante cose non una sola. In lui c’era la cicala, il vivere alla giornata, ma anche il fatto di sapersi adattare a tutte le situazioni, anche alle peggiori,  ed il saper rinascere dalle ceneri come una araba fenice. C’era la scimmia, ti rifaceva il verso e neanche te ne accorgevi. Sapeva prendere in giro tutti con quel suo fare, un classico del suo repertorio era “E antiamo…” ovvero “E andiamo…” che sfoderava con un sorriso alla Mandrache, e quando lo sentivi pronunciare sapevi che il destinatario ci era cascato con tutte le scarpe. Anche il pesce, lo rappresentava appieno. Come tutti i vecchi ladispolani era cresciuto a mare, quel mare che spesso era stato sostentamento. Sapeva pescare in tutti i modi, con le reti, con la canna, con le coffe, spesso organizzava battute di pesca col barcone che duravano dal tramonto all’alba. E poi c’erano le telline… Giorni fa, il giorno prima che morisse, sono andata a svuotare la casa in cui viveva in affitto, visto che mia cugina Silvia non poteva farlo per cause di forza maggiore. Ho portato via i suoi abiti, la biancheria, le stoviglie. Prima di andare via il padrone di casa mi ha detto di prendere anche un grosso secchio bianco con il coperchio. Io l’ho caricato in macchina ed ho portato tutto al garage di famiglia . Una volta scaricato il tutto mio padre, fratello più piccolo di Amedeo, mi ha chiesto cosa fosse quel secchio… l’ha aperto e nel locale è arrivato un profumo improvviso ed inaspettato, l’odore delle telline si è sparso per tutta la stanza. E’ stato un attimo, una frazione di secondo e le narici si sono aperte, è stato come un colpo al cuore, e gli ho detto “ciao zi’ Amede’”

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