Coronavirus, “il paziente 1” racconta a Sky Tg24 la sua drammatica odissea con il Covid-19

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Una polmonite che non andava via, il doppio ricovero, poi il buio. Quasi tre settimane in terapia intensiva e al risveglio il dolore per la perdita del padre e la gioia per la nascita della sua prima figlia. La vita di Mattia Maestri, il paziente 1 di Codogno, è stata stravolta in poche settimane. Il 38enne, manager della Unilever, si è raccontato a SkyTG24. “Penso che sia stato più di un film quello che è successo. La mia malattia, la mia guarigione, il fatto che sia mia madre che mio padre che Valentina si siano ammalati, mia madre e Valentina sono guarite, mio papà non ce l’ha fatta. E poi la nascita di Giulia, tutto concentrato in un mese e mezzo scarso, è una cosa da film, forse anche di più di un film. Però il lieto fine con la nascita di Giulia c’è. E tutto il resto l’ho voluto mettere in secondo piano”. Tutto è iniziato una domenica sera di metà febbraio. “Mi sentivo un po’ debole e avevo la febbre un po’ alta” racconta Mattia. “Pian piano è aumentata e allora sono andato al pronto soccorso. Le analisi hanno detto che era una lieve polmonite e mi è stato suggerito di curarla a casa, in quanto nei soggetti giovani è una pratica che viene svolta così. Al mio ritorno a casa con antibiotico, però la febbre è aumentata e mi sono ripresentato al pronto soccorso”. “Da lì in poi la febbre – dice Mattia – la febbre è cresciuta ancora fino a quando sono stato portato in terapia Intensiva. Ma fino a quel momento nessuno sapeva dirmi nulla. Se penso oggi a un episodio capitato durante il mio secondo ricovero sorrido. Chiedo ad un operatore sanitario se potesse essere un caso di coronavirus e in dialetto mi risponde ‘il coronavirus Cudogn ‘ Ensa’ nianche addu sta’ che significa ‘il Coronavirus non sa neanche dove sia di casa Codogno’ e invece siamo stati l’inizio di tutto”. Mattia, il paziente 1 di Codogno: “Considero il dottore che mi ha salvato il mio nuovo papà” Solo il 9 marzo Mattia esce dalla terapia intensiva e inizia a respirare autonomamente. “Ho scoperto di essere il paziente 1 solo una volta che ho preso in mano il mio smartphone” dice ancora il 38enne. “È lì che ho capito cosa fosse successo e cosa stesse ancora accadendo. Fino ad allora sapevo solo che ero stato ricoverato per una polmonite. Era ciò che mi avevano detto. Ma confesso che non mi pesa essere chiamato paziente 1. Sono il paziente che è stato certificato per primo. Non penso proprio di essere il paziente numero 1”.  A suo risveglio, ha spiegato Maestri, “il primo pensiero è stato che volevo andare a casa, perché mi sentivo già bene. Purtroppo ero molto salvaguardato dall’ospedale e non avevo nessun contatto col mondo esterno. Gli infermieri, a cui devo molto, mi hanno dato un grande aiuto. Per tre o quattro giorni non sapevo nulla né della mia famiglia, né di mia moglie, non sapevo niente: ero solo lì a riprendere le forze che avevo perso”. Solo qualche giorno dopo il risveglio Maestri scopre che anche suo padre sta male. “Di mio padre non mi hanno detto nulla subito. L’ho saputo mezza giornata prima che se ne andasse. Mio padre è stato ricoverato anche lui in terapia intensiva a Varese e, solo dopo aver avuto il telefono, parlando con mia madre, ho saputo che era grave. Dopo mezza giornata, il 19 marzo, nel giorno della festa del papà, lui se n’è andato”. Al dolore per la scomparsa del papà, fa subito da contraltare l’emozione per la nascita della bimba. “Giulia è arrivata con anticipo – dice il 38enne -, ma anche se non ero nel pieno delle mie forze sono riuscito ad assistere al parto. Ancora oggi, che sono ancora a riposo, me la godo tutto il giorno”. “Mi sono addormentato con questo pensiero” di mia figlia che stava per nascere, ha proseguito. “Appena prima che mi addormentassero, proprio perché ancora non si sapeva che era Covid, ho avuto la possibilità di incontrare Valentina. Mi ricordo di aver accarezzato il suo pancione e di averle detto che avrei fatto di tutto per tornare. E ce l’ho fatta”. Quando racconterò questa storia a mia figlia Giulia ricorderò “innanzitutto il dottor Bruno, il mio nuovo papà. Io ho perso il mio per questa malattia ma Bruno che mi ha salvato lo considero così. E poi la dottoressa Malara. È stato grazie al suo intuito e al suo coraggio che è stato scoperto il coronavirus. Mia moglie che mi è stata vicino anche se non poteva esserlo fisicamente. Ma c’era. Lo so. E poi l’arrivo di Giulia che ha coronato il percorso. Non potevo permettermi di non esserci e mia moglie e lei hanno aspettato che ci fossi anche io”. Ancora oggi Mattia non ha la benché minima idea di dove possa aver contratto il SARS-COV-2.  “Ho pensato molto dove possa aver preso il virus ma non ho la benché minima idea di questo dove possa essere accaduto. Sia io che mia moglie nelle nostre ricostruzioni non siamo venuti a capo di un possibile punto di inizio. E non c’entra nulla neppure il mio amico tornato dalla Cina”.