Caso Vannini, ascoltata la testimonianza di Viola Giorgini

 

Presso la Seconda Corte d’Appello, presieduta da Giancarlo Garofalo, è ripartito il processo d’Appello bis per l’omicidio di Marco Vannini.

 

Si celebra il secondo processo di secondo grado – dopo la decisione della Cassazione – che vede imputati i Ciontoli e Maria Pezzillo. Ieri è stato il giorno della seconda testimonianza di Viola Giorgini, fidanzata di Federico, difesa dall’avvocato Cesare Planica. E la difesa dei Ciontoli (riferisce terzobinario.it) ad ascoltare per prima Viola Giorgini a cui l’avvocato Miroli chiede: “Quando uscì dalla stanza con Federico cosa ha percepito, cosa vide e cosa le dissero? Siamo usciti io e Federico e avvicinati al bagno, vicino a corridoio ed è arrivata Maria. Era successo qualcosa. Abbiamo provato ad aprire ma siamo stati respinti perché Marco era nudo. Antonio rassicurava ma Federico è entrato lo stesso e uscito subito e aveva in mano una pistola, sono rimasta sbalordita, non ci credevo. Ha detto che l’avrebbe messa in un posto sicuro. Martina me la ricordo lì e ho sentito la sua voce nel bagno. Si insisteva per entrare e Antonio disse che era solo un grande spavento ma non ho visto bene. Marco era seduto vicino alla vasca, appoggiato con la schiena. Volevamo una spiegazione, Antonio diceva che era un colpo d’aria, per me era una spiegazione completa, mi fidavo di lui, lo conoscevo e io sono ignorante in fatto d’armi. A me è sembrata sicura. La spiegazione è stata accettata da tutti, anche da Federico. Antonio aveva un atteggiamento sicuro, di chi sapeva cosa stesse facendo. Mi sono accorta che poteva essere una ferita al piano di sopra, era un marchio, un timbro, non me ne ero neanche accorta. Uscì accompagnato, coperto solo nelle parti intime, non so se fosse bagnato. C’era chi sollevava le gambe di Marco, Martina ci parlava rassicurandolo, io presi acqua e zucchero, pensando che un calo di pressione lo aiutasse a riprendersi I sintomi erano da calo di pressione o attacco di panico, alternava momenti diversi. Io vidi una sola pistola, al marsupio non ho fatto caso. I sintomi li ho associati al panico e Antonio diceva sapere che era uno spavento e lo avrebbe gestito, era sicuro del fatto suo. Marco aveva alti e bassi, sembrava che l’attacco di panico passasse. Prima della seconda telefonata ricordo lamenti e urla di Marco, non ho mai riscontrato un discorso logico. (Il presidente Garofolo incalza con le domande) Marco era infastidito, sembrava iracondo. Federico telefona perché la situazione non migliora e preme sul padre. (Viola è agitata) Arriva Federico con il telefono e lo passa alla madre e lì, uno scatto di Marco e Antonio dice che essendosi ripreso il 118 non serve più. La ripresa dura poco perché Marco torna a stare come prima e si decide di richiamare e lì insistenza nel voler chiamare e di Antonio che non voleva. Lo scambio l’ho avuto con Federico perché non avevo tanta confidenza con Antonio. Federico è tornato in camera e ha detto basta, bisogna chiamare. Io il bossolo non lo vidi e non ricordo quando Federico lo trovò. Non sapevo nemmeno cosa fosse un bossolo. Volevo solo che Antonio si convincesse a chiamare. Anche Martina e Maria insistono per chiamare. Federico dice perentorio “adesso devi chiamare” e Antonio si convince, dopo che glielo dicemmo tutti. Marco era infastidito da ciò che c’era intorno, in certi momenti aveva più forze del normale, scansando le cose, ma le parole non le ricordo. Aiuto non lo disse, mi spiace no. Le urla le ho sentite quando lo accompagnano giù nel salone. (Viola piange) Lui è uscito per telefonare, quindi non abbiamo avuto percezione di cosa avesse detto. poi ci ha detto di accompagnare Marco di sotto perché era in arrivo l’ambulanza: vorrei essere più precisa per ricordare quando venne vestito, ma non me lo ricordo. Addosso aveva indumenti comodi. Non ricordo se era stato asciugato. Marco aveva un uscito sotto la testa davanti all’ingresso. Era sdraiato vicino alle scale, non ricordo chi disse che l’ambulanza aveva richiamato perché non sapevano il civico. Dissi che sarei scesa e da dietro sentii i vicini chiamare Martina chiedendo che fosse successo. Mi scambiarono per lei. Scese pure Federico e una vicina Clarissa Paradiso si avvicina andando in fondo alla via pensando che sarebbe arrivata da via Flavia. Gli dicemmo che si attendevano i soccorsi poi tornammo indietro e arrivò l’ambulanza andandogli incontro, gli indicai la casa e c’era l’auto di Antonio davanti al cancello, Federico la spostò mentre l’ambulanza parcheggiò. Scese un’infermiera e li mandai su. Gli infermieri se la presero comoda mentre li incalzavo. Quando arrivano i sanitari c’ero solo io perché Federico stava spostando la macchina. Arrivò dopo, lasciandola in mezzo alla strada non trovando posto. Ho atteso che arrivasse per salire. Non ricordo se qualcuno gli andò incontro. Salimmo anche noi, sul balcone della porta d’ingresso. Erano tutti lì, Marco nella stessa posizione di come l’avevamo lasciato ma restammo fuori. Ricordo Martina, Antonio, gli infermieri, Maria probabilmente. L’infermiera invitava ad allontanarsi per fare spazio a Marco. Nessun commento né dialogo, speravamo solo che andasse tutto bene. Al Pit capisco dell’esplosione di un colpo d’arma da fuoco e che il proiettile era nel braccio. Senza parlare con nessuno, Antonio dava di matto, io ho solo ascoltato. Non seppi quando i genitori di Marco vennero avvisati. Al Pit la Pezzillo dice a Marina dice che Marco era caduto dalle scale sbattendo la testa alla Dopo capii perché gli vennero date due versioni, con Antonio che parlava della perdita del lavoro. Lì per lì pensavo che volessero rassicurarla. Oggi riflettendo capisco meglio il perché di quella versione. Assodato e certo che nessuno volesse far male a nessuno. Certo che Antonio volesse salvarlo, gestendo lui la situazione. Non ricordo una chiamata ai Carabinieri. Qualcuno non so chi disse che saremmo dovuti andare nella caserma dei Carabinieri. Andiamo via con Maria e Martina, Federico con Antonio andati via prima. Ricordo Federico in sala d’attesa e gli chiesi perché Antonio non disse del colpo e Federico rispose che nemmeno lui se ne rese conto. Eravamo delusi ma convinti che con il proiettile nel braccio di Marco eravamo più sereni perché convinti che si sarebbe risolta. Poco dopo esce Antonio con un signore che oggi so essere Izzo in borghese, Antonio si appoggiò al muro e disse di aver rovinato tutto, Federico lo rassicura e lui risponde che Marco è morto. Antonio chiede si ucciderlo e arrestarlo, bestemmiava (piange). Eravamo increduli, che non fosse possibile e in bagno si aggiunsero Marina e Martina, mai vista tanta disperazione. Izzo tornò con un telefono nero dicendo che il cuore di Marco aveva ripreso a battere poi ci cominciò il decesso. Martina pensavo svenisse. Non so quanto tempo passò e Izzo spiegò che il proiettile da braccio era arrivato al cuore. A Civitavecchia trovo Martina e Federico. “Così Federico t’ho parato il culo anche a te” Anche non l’ho detto. Quando Federico uscì dalla caserma di Ladispoli ebbe il dubbio che potessero accusarlo per aver preso le armi. A Ladispoli il clima era tranquillo, l’interrogatorio fu sereno diversamente da Civitavecchia. No capivamo perché ci fosse pressione, quando gli chiesero lo stub si spaventò e io pure. Andò via tutto il giorno. A Civitavecchia ero sotto shock, accompagnata dai militari. Il tono era dubitativo e volevo che smettesse. Federico chiede cosa avessi detto e gli risposi che lui era stato con me e che avevo visto t’ho parato è un linguaggio che non mi appartiene ma ero infastidita e indispettita e divenni arrogante, quel parato era da intendersi difeso perché non avevo omesso nulla. (Il presidente legge l’intercettazione a Civitavecchia, ricorda che è sotto giuramento) Non ho pazienza, il mio dire mi sono tenuta non era riferito ad aver omesso, mi sono tenuta era riferito al comportamento. Perché concordare? chiede il Presidente Federico aveva paura che lo accusassero perché aveva lasciato le impronte. Vidi qualche goccia di sangue dal braccio, sembrava un marchio e non mi spiegavo perché uscisse. Poi stavano arrivando i soccorsi e immaginavo ci pensassero loro. La ferita sembrava una pressione. Intervento del Pg che chiede se ancora è fidanzata con Federico, e lei conferma. Poi chiede al Presidente di riferire su alcune situazioni ma si discute della veste della Giorgini se può rispondere come testimone assistita. Si discute del fatto che quanto detto Viola, quando sentita dai Carabinieri senza avvocato, possa essere utilizzato nel processo. Per il Presidente della Corte quelle dichiarazioni sono inutilizzabili e si invita a formulare domande escludendole. Dai Carabinieri di Ladispoli ricordo poco perché non ero in me e durò pochissimo. Ho detto cose inaudite. Del colpo d’aria non ho detto né a Civitavecchia né a Ladispoli. Un tonfo quando ero in camera l’ho sentito ma non fortissimo come se fosse caduto un oggetto pesante. All’arrivo dell’ambulanza Marco urlava. L’ho visto quando l’hanno aiutato a sollevarsi ed era pensante. Non sembrava cosciente ma urlava, non perse i sensi. Non sembrava un buchetto la ferita, ma non ricordo se presi qualcosa. Dopo l’avvocato Miroli tocca all’avvocato Celestino Gnazi. Ricordo di essere stata sentita a Ladispoli dai Carabinieri. Sentito il rumore, immaginavamo io e Federico che fosse capitato qualcosa e siamo usciti dopo qualche secondo. C’era Maria fuori dal bagno, mentre di Martina ho sentito solo la voce. Marco nel bagno non era steso, ma il busto non l’ho visto sicuramente era fuori dalla vasca. Marco non fece discorsi logici, non dedussi che era stato esploso un colpo d’arma da fuoco. Non ricordo chi alzasse le gambe a Marco. Di aver tamponato la ferita non me lo ricordo. L’infermiera pulì Marco con una garza bianca, non ricordo se gli diedero dei colpetti sul viso per svegliarlo dal torpore. Fatico a ricordare Federico dire di aver recuperato il bossolo, io non lo vidi. (L’interesse della Parte civile è evidenziare eventuali discrepanze) dice Gnazi. Ho sentito urlare Marco quando era al piano di sopra alla seconda chiamata al 118. Del proiettile disse Izzo a Ladispoli, che aveva attraversato il corpo fermandosi dalla parte opposta del torace. I lamenti di Marco facevano pensare a qualche lesione neurologica, sembrava diversamente abile. A posteriori mi resi conto che era strano. Martina era con Antonio e Maria insieme agli infermieri, io fuori con Federico. Federico di armi ne sapeva più di me avendo frequentato la scuola militare. Io nulla ma non interessava a nessuno e le armi non sono state mai argomento di discussione. Il rapporto fra Antonio e Federico era buono, lui soffriva la sicurezza del padre. Federico alla divisa ha preferito il mondo universitario, anche se in famiglia volevano vederlo alla Nunziatella. Marco mi sembra avesse una maglia a maniche corte ed escludo che ci fossero altre persone, tutto girava intorno ad Antonio. Era difficile contestare le sue idee, atteggiamento tipico di chi è sicuro di sé. Fra Marco e Martina i rapporti erano relativamente buoni, c’erano gelosie ma roba da ragazzi, Antonio e Maria erano orgogliosi del fatto che volesse intraprendere la carriera militare. Io e Martina non eravamo così amiche, quella sera contestare Antonio era la cosa più difficile, per tutti. Non ricordo si parlò della ciste, io non ho ricordi. So solo a posteriori.

 

 

Il giudice a Viola Giorgini:

“Versione poco credibile”

“Le ricordo che ha l’obbligo di dire la verità altrimenti si incorre in falsa testimonianza. Le chiedo di essere più credibile”. Così il giudice Garofalo si è rivolto alla ragazza, oggi testimone in aula nel processo bis per la morte del giovane di Cerveteri, Marco Vannini

 

Mamma Marina:

“Viola ricordava solo

quello che faceva

comodo ai Ciontoli”

“Lei ricordava solo quello che tornava comodo alla famiglia Ciontoli. Quando poi il giudice o l’avv. Gnazi incalzava lei diceva di “non ricordare”. Comunque da lei non mi aspettavo niente di nuovo, cioè Viola è la ragazza di Federico quindi è normale che quello che lei vuole è scagionarlo, è il suo ragazzo. Il mio obiettivo è quello del 30 settembre, io credevo che la data fosse fissata per il 23, invece oggi il giudice ci ha detto che la sentenza sarà decretata il 30. Il mio obiettivo resta la giustizia, giustizia per Marco. Voglio portare quel mazzo di fiori che ho promesso a Marco da cinque anni”.