LADISPOLI, PROCESSO VANNINI: SECONDO I PERITI DEL PM MARCO POTEVA ESSERE SALVATO

Questa in sostanza la tesi sostenuta e ribadita soprattutto dai medici che hanno effettuato l’esame autoptico sul corpo di Marco Vannini. I dottori hanno passato in rassegna tutto il lavoro svolto e mostrato le foto di Marco durante l’autopsia deducendo anche importanti elementi circa la traiettoria del proiettile. Il colpo sarebbe partito dall’alto verso il basso ad una distanza di 25 cm dal corpo di Marco. Un colpo partito quindi a poco più di un palmo dal ragazzo. L’ogiva, secondo il dottor Cipolloni, non può essersi spostata a seguito delle manovre di rianimazione del corpo del ragazzo. Il proiettile avrebbe creato una lesione secondo Cipolloni non compromettendo le funzioni cardiache. Non vi sarebbero sempre secondo Cipolloni lesioni valvolari. Sempre il dottor Cipolloni ha ribadito come causa della morte quella dello “shock emorragico”. I medici hanno stimato che in quel lasso di tempo di un’ora e mezzo tra la ferita e l’arrivo al Pit Marco possa aver perso circa un litro e mezzo di sangue, accumulatosi soprattutto internamente. Parliamo di circa un terzo del sangue che ha un corpo umano. I consulenti del pm D’Amore hanno poi tenuto a precisare anche come le erronee informazioni fornite dai Ciontoli ai soccorritori hanno causato forti ritardi ed un non corretto rispetto del triage. La prima osservazione medica su Marco arriva solo alle 00:45, oltre un’ora dopo il ferimento. Il medico inizia il suo lavoro da informazioni completamente sviate. Per i medici facendo un intervento di sutura alla lesione al cuore sarebbe potuto essere fuori dalla sala operatoria a due ore dallo sparo. Marco a due ore dallo sparo era ancora vivo nonostante non fosse stato fatto nessun intervento. La morte del ragazzo è fissata infatti alle 02:26, vale a dire 3 ore dopo lo sparo. Dopo la deposizione dei periti del pm la parte civile ha deciso di evitare l’analisi dei suoi periti, a dimostrazione del fatto che le informazioni dei due Ctu erano esaustive. Dopo una pausa sono poi intervenuti i periti chiamati dalla difesa che hanno condotto argomentazioni diverse. Anche in questo caso si è fatto riferimento ad uno studio di letteratura che mostrerebbe come i feriti da arma da fuoco abbiamo una probabilità più alta di decesso rispetto ai feriti da armi bianche. Per i consulenti della difesa l’intervento di sutura non sarebbe stato così semplice come raccontato dal dottor Gaudio. Ma un altro passaggio importante dell’udienza riguarda alcune considerazioni fatte circa le valutazioni degli addetti che sono intervenuti sul posto. Secondo i consulenti della difesa è “inescusabile” il mancato riconoscimento da parte degli operatori di una ferita d’arma da fuoco. Per il professor Sacchetti anche in caso di dichiarazione di falso di un ferito il personale deve essere in grado di poter riconoscere la natura di una ferita simile. Va però detto ad onor del vero che a dichiarare il falso non sarebbe stato in questo caso il ferito, bensì colui che avrebbe sparato al ragazzo. A domanda precisa però i consulenti non se la sono sentita di dire con certezza che Marco non avrebbe avuto possibilità di salvarsi in caso di intervento tempestivo. L’udienza è destinata ad avere un peso chiave nel processo, insieme alla somma delle precedenti. Emerge chiaramente che non vi è modo di escludere che Marco si sarebbe potuto salvare se soccorso a regola d’arte. Nemmeno i periti della difesa hanno potuto dire che certamente Marco non avrebbe avuto possibilità di salvarsi.