Musica, quarant’anni fa “Fear of Music” dei Talking Heads: la new wave diventa avanguardia

di Alessandro Ceccarelli
Nell’agosto del 1979 fu pubblicato “Fear of Music”, il terzo album della band statunitense dei Talking Heads capitanata dal cantante David Byrne. Fu un disco di rottura e di una decisiva svolta verso una profonda e stimolante ricerca della poliritmia africana fusa con i suoni tecnologici della new wave di New York. Questo lavoro segna l’inizio della maturità compositiva e artistica di una band originale, eclettica la cui musica è stata sempre difficilmente classificabile. I Talking Heads si distinsero immediatamente dal punk non solo per la raffinatezza del loro sound: anche i testi di Byrne erano molto descrittivi dei forti cambiamenti della società americana di quel periodo. Il disco non è per nulla invecchiato nonostante i quarant’anni che ci separano: gli arrangiamenti, i suoni e i ritmi sono attualissimi grazie al talento di David Byrne e del produttore Brian Eno.
Il contesto storico-musicale
Nella seconda metà degli anni ’70 in Gran Bretagna e negli Usa s’impose un fenomeno giovanile più di costume che di musica che fu definito come “punk”, aggettivo che può essere tradotto come spazzatura o qualcosa di scarsa qualità. Il termine nacque dalla musica punk, caratterizzata da un sound scarnificato, semplice e rozzo. I musicisti punk erano veri e propri ribelli soprattutto nell’abbigliamento e nelle acconciature. Il loro atteggiamento aggressivo e di rottura verso la musica dell’epoca erano le caratteristiche peculiari di gruppi come The Stooges, Ramones, Sex Pistols, Dead Boys, The Damned o Clash e portata avanti ancora dopo negli anni a venire fino a oggi con le relative evoluzioni. La storia del movimento punk ha influenzato numerose forme d’arte e aspetti culturali in genere, dalla musica alla letteratura, dalle arti visive alla moda. Il genere musicale si fece strada nei primi anni settanta nella East Coast degli Stati Uniti, in particolare a New York e Detroit. La corrente però non era ancora conosciuta come punk rock, poiché il termine prese forma qualche anno dopo. Tale movimento musicale fu identificato dalla stampa specializzata come una prosecuzione del garage rock degli anni sessanta, genere la cui caratteristica era, appunto, un’essenza grezza e assai diretta, rispetto ad altri generi di rock & roll. Il genere poteva però essere definito anche come hard rock, infatti gruppi come MC5, The Stooges o Patti Smith erano musicisti che si rifacevano in parte a questo stile. Tra i più noti gruppi proto-punk vanno annoverati The Stooges, MC5, Iggy Pop, New York Dolls, Talking Heads, Television, Blondie, Devo, Patti Smith e molti altri. Gli statunitensi Talking Heads però si distinsero immediamente dal punk per la qualità e la raffinatezza del sound e dei testi, per cui furono poco dopo collocati nella new wave.
La gavetta delle ‘teste parlanti’
Il gruppo dei Talking Head prese forma nel 1974 e si fece le ossa a suon di concerti in piccoli locali e pub della Grande Mela tra il 1975 e il 1976. La band era composta dal cantante-chitarrista David Byrne (1952), il batterista Chris Frantz (1951), la bassista Tina Weymouth (1950) e il chitarrista-tastierista Jerry Harrison (1949). Sin dalle prime jam session apparve chiara l’originalità e l’ecclettismo della band newyorchese. Byrne ed Harrison furono d’accordo nel voler spaziare e abbracciare il funky, la musica etnica, l’avanguardia, il pop e una certa fruibilità nel fondere la musica bianca dell’East Coast con le sonorità nere. Con la sapiente produzione di Tony Bongiovi e Lance Quinn, i quattro giovani musicisti si recarono negli studi di registrazione Sundragon di New York tra la fine del 1976 e la primavera del 1977 per incidere le undici canzoni (quasi tutte opere della creatività di David Byrne) del loro album di debutto intitolato “Talking Heads: 77”. Due anni dopo con “Fear of music”, il gruppo raggiunse la maturità artistica.
L’Esplorazione di “Fear of Music”
I Talking Heads entrarono in studio di registrazione a New York senza avere ancora un produttore nella primavera del 1979 e si misero a lavorare su alcune idee appena abbozzate.  Musicalmente, la band voleva espandere i ritmi disco presenti “in More Songs About Buildings and Food” rendendoli maggiormente prominenti nel missaggio delle nuove canzoni. La band decise di spostarsi a registrare nell’appartamento del batterista Chris Frantz e della bassista Tina Weymouth, dove il gruppo aveva già effettuato delle prove in passato prima di firmare un contratto da professionisti a metà anni settanta. Brian Eno, che aveva prodotto il loro precedente album, venne chiamato in studio per dare una mano con il nuovo materiale. Il 22 aprile e il 6 maggio 1979, un furgone del Record Plant guidato da un tecnico del suono parcheggiò fuori dell’appartamento della coppia Frantz-Weymouth facendo poi passare i cavi dalla finestra del salotto. In questi due giorni, i Talking Heads registrarono le tracce base sotto la supervisione di Eno. “Fear of Music” è ampiamente costruito su una eclettica fusione di ritmi disco, paesaggi sonori cinematografici, ed elementi di musica rock convenzionali. Il brano di apertura I Zimbra (in cui si può sentire la chitarra ipnotica di Robert Fripp) è una traccia disco con influenze africane e contiene un coro in sottofondo opera dell’assistente di registrazione Julie Last. “Cities” parla del tentativo della ricerca dell’assetto urbano ideale nel quale vivere. “Paper” mette a confronto una storia d’amore con un semplice pezzo di carta.  “In Life During Wartime”, Byrne si autodefinisce un “guerrigliero urbano antieroico”, che rinuncia alle feste, sopravvive mangiando solo burro di noccioline, e ascolta notizie sull’invio di armi e tombe improvvisate. Il personaggio è correlato all’imminente fine della civiltà occidentale. Byrne considera il ritratto del personaggio dipinto nella canzone, “credibile e plausibile”. “Air” è una sorta di canzone di protesta contro l’inquinamento e l’atmosfera, idea che Byrne non reputa “uno scherzo”. Ispirandosi all’Opera da tre soldi, l’autore vuole ricreare un brano malinconico e toccante circa un ragazzo tanto depresso da aver persino paura di respirare.