I negoziati per raggiungere una tregua nel conflitto in Ucraina proseguono, ma il punto di frizione resta sempre lo stesso: il Donbass. Il territorio conteso è al centro di un braccio di ferro politico e militare che, al momento, non lascia intravedere spiragli significativi. Da un lato gli Stati Uniti, che secondo fonti diplomatiche spingerebbero affinché Kiev valuti la possibilità di cedere il Donbass come parte di un compromesso negoziale. Dall’altro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che respinge l’ipotesi e ribadisce che un’eventuale decisione spetterebbe esclusivamente agli ucraini, attraverso un referendum. Una posizione che non trova alcun riscontro positivo a Mosca. Il Cremlino ha infatti confermato la linea dura. Il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov, in un’intervista a Kommersant riportata da Interfax, ha ribadito che un cessate il fuoco sarà possibile “solo dopo il ritiro delle truppe ucraine dal Donbass”. Per Mosca, l’intera regione – secondo la Costituzione russa – “appartiene alla Federazione”, una visione che rende irricevibile qualunque riferimento a un referendum o a soluzioni intermedie. Ushakov ha inoltre dichiarato che, negoziati o no, “prima o poi, con la forza, il territorio passerà sotto il pieno controllo russo”. Sullo sfondo, anche il piano di pace statunitense discusso con Bruxelles e Kiev non convince il Cremlino. “Non credo saremo completamente soddisfatti”, ha affermato Ushakov, sottolineando come Mosca non abbia ancora visionato una versione aggiornata del documento e lasciando intendere che molte delle proposte americane potrebbero essere respinte. Sul fronte ucraino, l’ufficio del presidente ha contestato le analisi pubblicate da Le Monde, secondo cui Kiev sarebbe disposta ad accettare una “zona cuscinetto” nel Donbass. Il consigliere Dmitry Lytvyn ha definito queste interpretazioni “errate”, spiegando che Mykhailo Podolyak si riferiva unicamente alla possibilità teorica di discutere modelli di sicurezza, senza che ciò rappresenti un’apertura politica. “Decisioni di questo peso – ha precisato – spettano solo alla leadership ucraina o al popolo”. Nel frattempo, gli Stati Uniti confermano il loro ruolo centrale nelle trattative. Il presidente Usa Donald Trump ha dichiarato che Washington sarebbe pronta a contribuire alla sicurezza dell’Ucraina come parte di un eventuale accordo, sottolineando che gli USA non sono coinvolti nella guerra, ma “sono coinvolti nelle trattative”. Trump ha inoltre parlato di un possibile incontro sabato, precisando che la partecipazione americana dipenderà dalla “concreta possibilità” di fare progressi. Zelensky, da parte sua, punta i prossimi incontri in Europa a inserire nel piano americano elementi che la Russia considera “inaccettabili”, nel tentativo di rafforzare la posizione negoziale di Kiev e mantenere saldo il sostegno occidentale. In questo intricato scenario di pressioni internazionali, visioni inconciliabili e diplomazia a più livelli, la strada verso una tregua resta lunga e incerta. I prossimi giorni, con nuovi incontri e contatti bilaterali, diranno se le distanze potranno ridursi o se il gelo attorno al Donbass continuerà a soffocare ogni tentativo di dialogo.
Ucraina, trattative in salita: il nodo Donbass blocca la tregua. Pressioni USA, veti russi e tensioni diplomatiche






