La sede dell’Assemblea degli Esperti a Qom è stata colpita da un attacco missilistico. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Tasnim, precisando che ieri sera anche la sede dell’Assemblea degli Esperti a Teheran era stata presa di mira da aerei statunitensi e israeliani. L’Assemblea degli Esperti è l’organo della Repubblica islamica designato per eleggere la Guida Suprema. L’attacco aereo israeliano che ha distrutto la sede a Qom dell’Assemblea degli Esperti è avvenuto “durante una votazione del consiglio, dopo che tutti si erano riuniti per eleggere la nuova Guida suprema” dell’Iran. Lo scrive l’emittente israeliana Kan citando un funzionario israeliano. La notizia viene rilanciata anche dall’americana Fox News. L’Assemblea degli esperti conta 88 membri ma non è chiaro quanti di loro fossero presenti nell’edificio al momento dell’attacco. Alcuni canali Telegram riferiscono di morti e feriti tra alcuni membri dell’assemblea, senza che al momento vi siano conferme ufficiali al riguardo. Sotto attacco, secondo i media iraniani, anche l’aeroporto internazionale Mehrabad di Teheran. Anche l’emittente israeliana Kan riporta la notizia citando un funzionario israeliano. Il quarto giorno di guerra in Medio Oriente si apre con il rombo dei caccia sopra Teheran e con il fumo che sale dai quartieri meridionali di Beirut. Non c’è più nulla di episodico. È un conflitto che ha scelto l’escalation come linguaggio e la simultaneità come strategia: Israele colpisce nel cuore dell’Iran, gli Stati Uniti rivendicano la distruzione di centri di comando, Teheran risponde allargando il bersaglio fino alla penisola arabica. Secondo fonti iraniane le vittime sul territorio della Repubblica islamica avrebbero superato le 750 unità. Numeri difficili da verificare in modo indipendente, ma che raccontano la portata degli attacchi. Il portavoce dell’Idf, Effi Defrin, ha dichiarato che l’aeronautica israeliana ha colpito il complesso della leadership iraniana, «il quartier generale più importante e centrale del regime degli ayatollah». Nella notte circa cento caccia avrebbero sganciato 250 bombe su edifici governativi e strutture legate alla sicurezza nel cuore della capitale. Tra gli obiettivi colpiti, secondo l’esercito israeliano, anche il centro di comunicazione e propaganda del regime e l’Autorità per la radiodiffusione iraniana, da anni accusata da Tel Aviv di incitare alla distruzione dello Stato ebraico. «Costruivano nuovi siti nucleari, ora o mai più», ha dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, legando l’operazione alla necessità di fermare quello che definisce un salto qualitativo nel programma atomico iraniano. Sul fronte nord, il governo israeliano ha approvato l’avanzata dell’esercito e la conquista di ulteriore territorio nel sud del Libano, ufficialmente «per impedire il fuoco sulle comunità israeliane di confine». Il prezzo umanitario cresce: l’Unhcr parla di almeno 30mila sfollati in Libano, concentrati nel sud, nella valle della Bekaa e nella periferia meridionale di Beirut, dopo gli avvertimenti di evacuazione rivolti a oltre cinquanta villaggi. Teheran ha reagito con una dimostrazione di forza regionale: oltre 450 missili e più di 1.100 droni lanciati contro Paesi del Golfo. I danni, secondo fonti militari locali, sarebbero stati contenuti grazie alle difese aeree, ma sul terreno si conterebbero comunque circa 700 morti. In un passaggio senza precedenti, un attacco iraniano ha colpito l’ambasciata statunitense a Riad. Washington ha definito l’azione «vile» e ha rivendicato il diritto a rispondere. L’Arabia Saudita ha condannato «nei termini più forti» il raid, ribadendo la propria sovranità e la possibilità di reagire a un’aggressione. Intanto a Teheran si apre un capitolo che potrebbe segnare il futuro della Repubblica islamica. Dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei durante le operazioni congiunte di Stati Uniti e Israele, l’Assemblea degli Esperti – 88 membri – è chiamata a scegliere il successore. Ali Moallemi, componente dell’organo, ha assicurato che la procedura «non sarà lunga». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva parlato nei giorni scorsi di «uno o due giorni» per arrivare a una decisione. Ma in un Paese sotto le bombe, la rapidità non garantisce stabilità. A Washington il conflitto è diventato una questione politica interna. Il New York Times scrive che autorizzando la guerra contro l’Iran Donald Trump «sta correndo la più grande scommessa della sua presidenza». Sei militari americani sarebbero stati uccisi, alcuni jet abbattuti. I mercati temono turbolenze e un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio. Il presidente ha parlato di una campagna che potrebbe durare settimane; il segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che «i colpi più duri devono ancora arrivare». È una guerra che si espande per cerchi concentrici: militare, diplomatica, economica. E mentre le cancellerie calcolano rischi e opportunità, sul terreno restano le città svuotate, i convogli di sfollati, le famiglie che aspettano notizie. Nel quarto giorno di combattimenti, l’unica certezza è che la soglia del ritorno si è allontanata. E che ogni nuova alba porta con sé il timore di un fronte ancora più largo.
Guerra in Iran, Israele colpisce l’Assemblea degli esperti a Qom durante una riunione per eleggere la Guida






