Due secoli fa il porto non era soltanto un punto di scambio commerciale: era un luogo vivo, pulsante, quasi travolgente. A dominare la scena non erano tanto le merci esotiche o le grandi navi, quanto un incessante via vai di uomini e greggi. Pecore ovunque. Belati, polvere e un odore inconfondibile che impregnava l’aria: quello intenso del pecorino appena prodotto. Il porto di Civitavecchia rappresentava allora uno snodo fondamentale per l’economia pastorale del centro Italia. Dai monti dell’Umbria, delle Marche e dell’Abruzzo, i pastori scendevano con le loro greggi verso la Maremma laziale, seguendo i ritmi antichi della transumanza. Qui producevano lana e formaggi, che trovavano proprio nello scalo tirrenico la via privilegiata per raggiungere Roma. Sulle strette banchine si accalcavano carri carichi fino all’inverosimile. Le forme di pecorino, impilate con cura ma in quantità impressionanti, venivano scaricate e poi trasferite sulle imbarcazioni dirette verso la capitale. Il lavoro era incessante, quasi frenetico, scandito dal rumore delle ruote, dalle voci dei facchini e dallo sciabordio dell’acqua contro gli scafi. Le testimonianze dell’epoca restituiscono numeri che oggi sorprendono per la loro portata. Nel Diario di Roma del 1803 si leggono registrazioni dettagliate dei carichi in arrivo al Porto di Ripa Grande. Pasquale Imperato trasportava 175 forme di pecorino e 97 casse di formaggio. Pietro Piferato ne sbarcava 50 cassette e 288 forme. Ma è Giuseppe Jacone a colpire per la quantità: con la sua filuca riusciva a movimentare ben 1.993 forme di pecorino in un solo viaggio. Numeri che raccontano più di qualsiasi descrizione la centralità di questo commercio. Il porto diventava così una cerniera tra il mondo rurale e quello urbano, tra la fatica dei pastori e le tavole dei romani. Oggi di quell’intensa attività restano poche tracce visibili, ma è sufficiente chiudere gli occhi per immaginare il passato: il vociare degli uomini, il lento avanzare delle greggi e quell’odore forte, persistente, che trasformava le banchine in un luogo unico, dove il mare incontrava la montagna.
Quando il porto odorava di pecorino: Civitavecchia crocevia della transumanza







