C’è qualcosa di profondamente mediterraneo nel rapporto tra Italia e Francia: si litiga, ci si punzecchia, ci si accusa di ogni male e poi, immancabilmente, ci si ritrova attorno allo stesso tavolo perché la geografia, prima ancora della diplomazia, impone la convivenza. Ad Antibes, sotto il sole della Costa Azzurra e tra le eleganti sale della Villa Eilenroc, Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron hanno messo in scena il ritorno della cordialità dopo mesi di freddezze, sospetti e reciproche diffidenze. Il “gelo” evocato dai cronisti è stato archiviato con qualche battuta e molti sorrisi. “Non c’è più nulla di glaciale”, ha scherzato il presidente francese. E la premier italiana, con la consueta ironia, ha confessato di essersi “divertita” nel leggere i retroscena sul loro presunto scontro permanente. Ma dietro le fotografie e i sorrisi c’è molto di più. C’è la constatazione che Roma e Parigi, nonostante le differenze politiche e caratteriali dei loro leader, non possono permettersi il lusso di marciare divise. Il trentaseiesimo vertice intergovernativo tra i due Paesi ha prodotto una mole di accordi che attraversa quasi tutti i grandi dossier europei: immigrazione, difesa, infrastrutture, energia, spazio, lotta al narcotraffico, intelligenza artificiale e politica estera. Materie troppo importanti per essere sacrificate ai malumori della cronaca politica. L’immigrazione resta il banco di prova più delicato. La decisione di creare una squadra mista italo-francese contro l’immigrazione irregolare è il segnale che, al di là delle polemiche degli ultimi anni sui confini di Ventimiglia e sui ricollocamenti dei migranti, entrambi i governi hanno compreso che il fenomeno può essere affrontato soltanto con strumenti comuni. Lo stesso vale per la difesa, dove il rafforzamento del sistema Samp/T e il cronoprogramma 2026-2031 indicano la volontà di costruire una vera autonomia strategica europea. È forse proprio questo il messaggio più importante emerso da Antibes. Macron continua a parlare di un’Europa più sovrana e indipendente, mentre Meloni, pur mantenendo saldo il legame con Washington, riconosce che il continente deve ritagliarsi un ruolo più incisivo nello scenario internazionale, dall’Ucraina al Medio Oriente. Non è poco, se si pensa alle profonde differenze che fino a poco tempo fa sembravano dividere i due governi. Naturalmente le divergenze non sono scomparse. Lo si è visto quando il nome di Marine Le Pen è entrato nella conferenza stampa e la premier italiana ha ricordato, con una punta di malizia, di non aver apprezzato in passato le ingerenze straniere nella politica italiana. Così come restano differenti le sensibilità su molti temi internazionali. Ma la politica estera, quella vera, non vive di simpatie personali. Vive di interessi nazionali. E l’interesse di Italia e Francia è oggi evidente: costruire un asse capace di pesare nei nuovi equilibri europei e internazionali. Perché senza Roma e Parigi, come ha detto Meloni, “Europa e Occidente non sarebbero quello che sono”. Una frase che potrebbe apparire enfatica, ma che contiene una verità storica. Le due nazioni che si affacciano sul Mediterraneo continuano a rappresentare uno dei motori politici e culturali del continente. Ad Antibes non è nato un nuovo idillio franco-italiano. È accaduto qualcosa di più realistico e forse più importante: due leader, che per mesi si sono osservati con sospetto, hanno preso atto che il tempo delle incomprensioni deve lasciare spazio al pragmatismo. In politica estera, come nella vita, le amicizie sono volatili, gli interessi permanenti. E quelli di Roma e Parigi, ancora una volta, sembrano viaggiare nella stessa direzione.
Antibes, il disgelo sul Mediterraneo: Meloni e Macron riscoprono le ragioni della politica







