sabato, Luglio 4, 2026

Da Evian ad Ankara, la premier Meloni ritrova Trump al summit della Nato: il nodo del 5% e la sfida del fianco Sud

Da Evian ad Ankara, passando per le tensioni emerse al G7 francese, Giorgia Meloni si prepara a ritrovare Donald Trump al summit Nato del 7 e 8 luglio nella capitale turca. Un appuntamento che si annuncia più complesso del precedente faccia a faccia tra la premier italiana e il presidente americano, soprattutto perché questa volta il tema centrale sarà uno dei dossier più cari all’inquilino della Casa Bianca: l’aumento delle spese per la difesa. A un anno dal vertice dell’Aja, nel quale l’Italia ha sottoscritto l’impegno ad aumentare gli investimenti nella sicurezza fino al 5% del Pil entro il 2035, il governo italiano si presenta ad Ankara intenzionato a rispettare quella traiettoria, pur consapevole delle difficoltà di bilancio e degli ostacoli politici che si presenteranno lungo il percorso. A Palazzo Chigi, tuttavia, si lavora per evitare che il summit venga raccontato esclusivamente come un vertice sulle percentuali di spesa e sulla corsa agli armamenti. L’obiettivo del governo è spostare il baricentro della discussione su un concetto di sicurezza più ampio rispetto al passato. Secondo fonti diplomatiche, il vero cambiamento di paradigma all’interno dell’Alleanza riguarda infatti l’estensione del perimetro della sicurezza alla protezione delle infrastrutture critiche, alla sicurezza energetica, alla cybersicurezza, alla tutela delle catene di approvvigionamento, alla protezione delle frontiere e alla capacità di risposta alle emergenze. È proprio questa nuova impostazione ad aver consentito alla Nato di articolare il nuovo obiettivo del 5% distinguendo tra le spese strettamente militari e quelle più in generale destinate alla sicurezza. L’Italia rivendica di essersi già mossa in questa direzione. Fonti dell’esecutivo sottolineano che il dato che Meloni porterà al tavolo di Ankara è pari al 2,8% del Pil: il 2,09% rappresentato dalle spese “core” per la difesa e lo 0,71% da investimenti legati al nuovo perimetro della sicurezza, tra cui circa 15 miliardi di euro destinati alla sicurezza energetica, alla cybersicurezza e alla protezione delle frontiere. Una quota destinata a crescere progressivamente negli anni, ma senza accelerazioni immediate verso il tetto massimo dell’1,5% previsto dal nuovo schema. Nelle ultime ore Palazzo Chigi ha inoltre insistito su un altro punto ritenuto decisivo: la necessità di tenere distinti il nuovo target Nato e il programma europeo Safe. Secondo il governo continua infatti a esserci confusione tra i due strumenti. Il primo riguarda gli obiettivi di spesa dell’Alleanza atlantica, il secondo è invece uno strumento finanziario dell’Unione europea attraverso il quale gli Stati potranno eventualmente sostenere investimenti nella difesa. Per questo, assicurano fonti italiane, il tema Safe non entrerà nel dibattito politico del vertice di Ankara. L’altro dossier destinato a monopolizzare la discussione è quello ucraino. La dichiarazione finale, già concordata dagli Alleati, ribadirà il sostegno a Kiev e la necessità di mantenere alta la pressione sulla Russia. Durante il negoziato l’Italia avrebbe sostenuto una linea leggermente diversa da quella prevalsa nell’Alleanza, preferendo confermare gli impegni di sostegno su base annuale anziché definire da subito un orizzonte biennale, nella convinzione che una scansione anno per anno lasci maggiore spazio all’evoluzione del negoziato politico. Alla fine ha prevalso la posizione della maggioranza dei partner, anche in parallelo con il programma biennale di assistenza già definito in sede europea. Sul tavolo resterà anche il nuovo contributo Nato a favore dell’Ucraina, confermato nella misura di 40 miliardi di euro. Dall’esecutivo precisano però che si tratterà di contributi volontari e non di quote obbligatorie per i singoli Paesi. L’Italia continuerà inoltre a concentrare una parte significativa del proprio sostegno sul settore energetico, considerato altrettanto strategico dell’assistenza militare per garantire il funzionamento dello Stato ucraino. Roma non considera archiviata neppure la proposta avanzata nei mesi scorsi di estendere all’Ucraina garanzie di sicurezza analoghe a quelle previste dall’articolo 5 della Nato, pur senza una sua immediata adesione all’Alleanza. Il negoziato è oggi fermo, ma il governo continua a considerare quella proposta una possibile base di lavoro qualora dovessero riaprirsi spazi per una trattativa. Accanto al fronte orientale, l’Italia punta a riportare al centro dell’agenda anche il Mediterraneo. Gli sherpa del vertice rivendicano di essere riusciti a inserire nelle conclusioni un nuovo riferimento al fianco Sud, con il riconoscimento che le minacce provenienti da quell’area richiedono un’attenzione analoga a quella riservata al fronte orientale. Una priorità condivisa anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, con il quale Giorgia Meloni ha avuto un colloquio telefonico preparatorio in vista del summit. Palazzo Chigi ha riferito che i due leader hanno riaffermato l’impegno comune per il rafforzamento del rapporto transatlantico e della difesa comune all’interno della Nato, richiamando l’importanza strategica del fianco Sud. Il colloquio ha consentito anche uno scambio di vedute sulla Libia, compresa la cooperazione nel contrasto ai flussi migratori irregolari e al traffico di esseri umani, temi che saranno al centro dell’incontro bilaterale previsto ad Ankara la prossima settimana. Proprio la Libia rappresenta uno dei dossier sui quali Roma e Ankara stanno rafforzando il coordinamento. Il governo italiano respinge però l’idea di un cambio di linea dopo le recenti iniziative statunitensi, ribadendo che l’obiettivo resta quello sostenuto insieme alle Nazioni Unite: favorire un percorso di unificazione del Paese attraverso il coinvolgimento di tutti gli attori regionali interessati. Grande incognita del vertice resta inevitabilmente Donald Trump. Anche su questo fronte, però, Palazzo Chigi sceglie di abbassare i toni. Secondo il governo italiano, il progressivo riequilibrio dell’impegno strategico americano verso l’Indo-Pacifico non nasce con l’attuale presidente, ma rappresenta una tendenza avviata da anni, già sotto le amministrazioni Obama e Biden. Ankara sarà dunque anche il summit dello “shifting”, cioè del graduale rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza. Un processo che, nelle intenzioni italiane, non deve però essere interpretato come il preludio a un disimpegno americano dalla Nato. Washington, viene sottolineato, resta il perno indispensabile dell’Alleanza atlantica e immaginare una Nato senza gli Stati Uniti continua a essere considerato uno scenario irrealistico. A conferma della volontà di evitare tensioni, al momento non è previsto alcun incontro bilaterale tra Meloni e Trump. I due leader condivideranno gli stessi lavori per due giorni, ma secondo fonti italiane non figura in agenda alcun faccia a faccia dedicato. Tra i temi destinati a occupare spazio in Turchia ci sarà infine anche il rafforzamento dell’industria della difesa. Prima dell’avvio dei lavori politici è previsto un confronto tra le principali aziende del settore per discutere come adeguare capacità produttive e tecnologie alle nuove esigenze operative, in uno scenario in cui sistemi relativamente economici come i droni riescono sempre più spesso a neutralizzare piattaforme militari tradizionali molto più costose. Un altro segnale che, nelle intenzioni degli Alleati, la sfida non riguarda più soltanto quanto spendere, ma soprattutto come spendere.

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