“Voglio ringraziarti moltissimo. Come tutti sanno, è stato ampiamente riportato, siamo grandi amici. Il presidente ha fatto un lavoro incredibile, atterrando all’aeroporto e trovando un aeroporto così bello, e con un edificio intitolato a me. Ne sono stato molto felice. È stato molto bello”. Lo ha dichiarato il presidente americano, Donald Trump, all’inizio dell’incontro con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. “Lui è un grande leader e un leader rispettato in tutto il mondo. Abbiamo avuto, fin dall’inizio, una buona intesa. Abbiamo un rapporto molto speciale. La Turchia è diventata, sotto la presidenza, un paese militarmente molto potente”, ha aggiunto. “Voglio solo dire che nutro grande rispetto per il presidente e credo che questo sia un vantaggio per entrambi i Paesi”, ha aggiunto. Il presidente Usa ha anche detto che è molto deluso dagli altri membri della Nato e che non sarebbe venuto ad Ankara se non fosse stato per l’amicizia con Erdogan. “Non avevamo bisogno di alcun aiuto. E in un certo senso, stavo mettendo alla prova le persone, stavo verificando se sarebbero state lì per noi o meno, perché ho sempre detto che li abbiamo aiutati, ma non ero sicuro che loro sarebbero stati lì per noi. E l’Italia ci ha voltato le spalle, la Germania ci ha voltato le spalle, la Francia ci ha voltato le spalle, e va bene, ma sapete, perché spendiamo centinaia di miliardi di dollari e loro non ci sostengono, quando noi ci siamo sempre stati per loro?”. “Io penso che lei sia una brava persona, in realtà. Il nostro rapporto è diventato un po’ cattivo, ha rifiutato di aiutarci. Io non le ho messo nessuna pressione, ha rifiutato di essere coinvolta sullo Stretto di Hormuz, sull’Iran. Ha guastato i miei rapporti con lei. Ma lei mi piace, è una brava persona. Ma penso che abbia fatto un errore, gli Stati Uniti hanno tanto petrolio più di chiunque altro. Non ci serve Hormuz, lo facciamo perché pensiamo sia importante. Lei non c’era per noi, e questo non mi ha reso felice, ve lo potete immaginare”. La Nato cambia pelle e si prepara a un nuovo equilibrio strategico tra le due sponde dell’Atlantico. Da Ankara, il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, ha delineato con chiarezza il futuro della sicurezza europea: il modello che ha visto finora gli Stati Uniti sostenere il peso principale della difesa del continente “non è più sostenibile”. Secondo l’ex premier olandese, non si può continuare a chiedere a “un Paese con 350 milioni di abitanti che vivono a otto ore di volo da qui” di garantire la sicurezza di un’Europa che conta oltre 600 milioni di cittadini. È il passaggio dal tradizionale burden sharing al nuovo burden shifting: Washington continuerà a garantire la deterrenza nucleare, ma trasferirà progressivamente agli alleati europei la responsabilità della difesa convenzionale, mentre concentra sempre più le proprie risorse strategiche nell’Indo-Pacifico. Rutte ha sottolineato come diversi Paesi europei abbiano già incrementato in modo significativo la spesa militare, citando anche Italia e Spagna, che hanno raggiunto il traguardo del 2% del Pil destinato alla difesa. Un risultato che, a suo giudizio, è frutto non solo della guerra in Ucraina e della minaccia rappresentata dalla Russia, ma anche delle forti pressioni esercitate dal presidente americano Donald Trump. “Gli Stati Uniti stanno incoraggiando con forza gli alleati a raggiungere il 5% del Pil in spese per difesa e sicurezza”, ha dichiarato il segretario generale, definendo questo obiettivo essenziale per rafforzare la capacità produttiva dell’industria della difesa occidentale. Pur ribadendo che spetta ai singoli Stati gestire le proprie relazioni bilaterali, Rutte ha riconosciuto apertamente il ruolo della Casa Bianca nell’aver riportato il tema degli investimenti militari al centro dell’agenda dell’Alleanza. “Forse c’è stato anche il fattore Trump”, ha osservato, arrivando a lodare il presidente americano come “il primo dai tempi di Eisenhower” a mantenere la promessa di spingere gli alleati europei a contribuire alla sicurezza comune in misura comparabile agli Stati Uniti. Senza citare direttamente Italia e Spagna, Rutte ha inoltre lasciato intendere che la Nato dispone degli strumenti necessari per convincere anche i Paesi ancora riluttanti ad aumentare la spesa militare, un tema particolarmente delicato dove l’opinione pubblica continua a guardare con diffidenza al riarmo europeo. Non a caso, alla vigilia del vertice di Ankara, il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva ammesso che “il clima non è dei migliori”, fotografando le difficoltà politiche di governi chiamati a sostenere un ulteriore aumento degli investimenti nel settore della difesa. Il summit nella capitale turca, limitato a una cena dei leader e alla riunione del Consiglio del Nord Atlantico nel grande complesso presidenziale di Beştepe, conferma al tempo stesso il crescente peso strategico della Turchia all’interno dell’Alleanza. Rutte ha elogiato più volte l’organizzazione predisposta da Ankara e ha evitato di alimentare polemiche sulla situazione politica interna del Paese, nonostante le domande sull’arresto del principale oppositore del presidente Recep Tayyip Erdogan, confermando una linea improntata al pragmatismo per preservare la compattezza della Nato. Il segretario generale ha infine rivendicato i risultati ottenuti nell’ultimo anno, ricordando che gli alleati europei e il Canada hanno aumentato di quasi il 20% la spesa per la difesa rispetto all’anno precedente, con investimenti aggiuntivi pari a 258 miliardi di dollari tra il 2025 e il 2026. Per Rutte, la direzione è ormai segnata: l’Europa dovrà assumersi sempre più direttamente la responsabilità della propria sicurezza.
Trump al vertice Nato di Ankara: “Deluso dagli alleati, sono qui solo per Erdogan”. Italia, Germania e Francia non ci hanno aiutato”







