Sono 120 i casi di epatite A notificati nel Lazio nei primi mesi del 2026, con una quota significativa concentrata nella città di Roma. Un dato che ha acceso l’attenzione delle autorità sanitarie e degli epidemiologi, soprattutto alla luce delle possibili modalità di trasmissione dell’infezione, riconducibili principalmente al consumo di alimenti contaminati, in particolare frutti di mare e molluschi consumati crudi o poco cotti. L’incremento registrato nella regione si inserisce in un quadro nazionale evidenziato dal sistema di sorveglianza SEIEVA dell’Istituto Superiore di Sanità, che indica proprio il consumo di molluschi come il principale fattore di rischio emerso nei primi mesi dell’anno. Il Lazio figura tra le regioni con il maggior numero di segnalazioni, insieme alla Lombardia, mentre aumenti significativi sono stati osservati anche in Campania e Puglia. Gli esperti precisano che non è possibile attribuire tutti i casi a un unico focolaio, ma il profilo epidemiologico conferma una trasmissione oro-fecale mediata dagli alimenti, modalità tipica del virus dell’epatite A. Secondo l’ISS, infatti, il contagio può avvenire attraverso acqua o cibi contaminati e i molluschi rappresentano uno dei veicoli più noti quando provengono da acque inquinate o non vengono sottoposti a una cottura adeguata. Nelle ultime settimane l’attenzione si è concentrata anche su alcuni lotti di molluschi ritirati dal commercio e su possibili collegamenti epidemiologici con casi registrati in Campania. In alcuni territori del Lazio, in particolare nella provincia di Latina, sono in corso approfondimenti per verificare eventuali connessioni con partite di cozze distribuite sul mercato nel mese di febbraio. Le indagini richiedono tempi lunghi perché prevedono la ricostruzione delle abitudini alimentari dei pazienti, delle date di acquisto e dei luoghi frequentati prima della comparsa dei sintomi. L’epatite A è un’infezione acuta del fegato causata dal virus HAV e, pur non evolvendo in forma cronica, può provocare settimane di malessere, febbre, nausea, dolori addominali, perdita dell’appetito, urine scure e ittero. Il periodo di incubazione varia generalmente da 15 a 50 giorni, rendendo spesso difficile individuare con precisione l’alimento responsabile del contagio. Nel Lazio il coordinamento clinico resta affidato all’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani Irccs, mentre le Asl proseguono le attività di sorveglianza epidemiologica e tracciamento dei casi, con l’obiettivo di individuare eventuali esposizioni comuni e rafforzare le misure di prevenzione a tutela della salute pubblica.







