sabato, Gennaio 31, 2026

La Casa dei Crescenzi, le trasformazioni di un gioiello medioevale

Ha cambiato diversi nomi, subito crolli, trasformazioni e interventi. È stata utilizzata in modi diversi e ha rischiato seriamente di essere abbattuta. Eppure da circa un millennio è lì, nel Foro Boario, in via Petroselli, tra il Tempio di Portuno e il nuovo Palazzo dell’Anagrafe. La Casa dei Crescenzi è un’antica residenza medievale, realizzata tra l’XI e il XII secolo per controllare il traffico lungo il Tevere attraverso Ponte Emilio (l’attuale Ponte Rotto), sul cui transito la famiglia Crescenzi faceva pagare un pedaggio. Una lunga iscrizione latina, dettata dallo stesso Niccolò di Crescenzio, è stata collocata sulla cornice curvilinea del portale di ingresso per ricordare che questa casa-torre fu costruita, utilizzando mattoni e marmi sottratti da edifici antichi, per rinnovare la grandezza di Roma, celebrare la propria famiglia e sottolineare la caducità della vita umana “Niccolò, del quale questa è la casa, non ignaro dell’inutilità della gloria del mondo, non costruì questa casa per vanagloria ma per rinnovare l’antico decoro di Roma. Nelle case belle ricordatevi dei sepolcri e state certi che lì non resterete a lungo. La morte viene sulle ali, per nessuno la vita è eterna, il nostro compito è breve… Il padre eresse questo illustre edificio e lo dedicò al caro figlio Davide”. Appena realizzata fu denominata dal popolo “Tor Crescenzia”, ma la torre medievale crollò nel 1312 in occasione dei tumulti scoppiati con la discesa a Roma di Arrigo VII di Lussemburgo che riuscì a farsi nominare imperatore nonostante le resistenze di molte città guelfe e del Pontefice. L’abitazione invece rimase in piedi e nel corso dei secoli, cambiò diversi nomi: “La casa di Cola di Rienzo”, probabilmente perché il tribuno romano era nato nelle vicinanze; la Torre del Monzone dal termine latino “mansio” (tradotto come “compito”) presente nell’iscrizione precedentemente citata; “La casa di Ponzio Pilato”, perché nelle sacre rappresentazioni medievali della Passione, che si svolgevano al Velabro, qui si raffigurava la sua casa. Nel 1400 la Casa dei Crescenzi fu abbandonata, e poi riutilizzata come stalla e fienile, spostando il lato d’ingresso sul retro. Soltanto nella seconda metà dell’Ottocento l’edificio fu acquistato dal governo pontificio che, successivamente, lo cedette al Comune di Roma. Durante i lavori avviati intorno al 1930, destinati a “liberare” il monte Capitolino dai suoi dintorni medievali e aprire uno spazio per la costruzione di palazzi e strade, quasi tutta la zona circostante la Casa dei Crescenzi fu demolita. A salvare l’edificio pare sia stato un astuto stratagemma, essendo nota la grande ammirazione di Mussolini per Cola di Rienzo, gli fu detto dal Principe Piero Colonna che quella era stata la sua casa, salvandola così dalle ruspe. “Io allora provvidi subito, d’accordo con Governatorato, a costruire un’ala di raccordo con Palazzo degli Uffici e il monumento, tolto da un inopportuno isolamento, fu salvò” – si legge in un carteggio dell’architetto e urbanista Gustavo Giovannoni che progettò specificatamente l’edificio “di congiunzione” che consentì di connettere la Casa dei Crescenzi al Palazzo dell’Anagrafe. La sua presenza, anche a livello cromatico, influenzò lo stile dei vicini uffici comunali, progettati nel 1936 da Cesare Valle. Dal 25 febbraio 1939, dopo un lungo intervento di restauro, la Casa dei Crescenzi è sede del Centro di Studi per la Storia dell’Architettura, fondato da Giovannoni e istituito “per la difesa del patrimonio artistico” e per creare una struttura “agile e viva” che completasse la formazione universitaria con la preparazione dei futuri architetti al passaggio dallo studio alla vita reale. “Le richieste per l’assegnazione dell’edificio iniziano il 15 luglio 1937 con una lettera di Giovannoni indirizzata al Ministero dell’Educazione Nazionale – spiega Simona Benedetti, prof. di Storia dell’Architettura Moderna alla “Sapienza” – Dai numerosi altri documenti, rintracciati presso l’Archivio Centrale di Stato, risultano significativi passaggi che chiariscono la modalità con cui venne costruito il nuovo Centro Studi e richiamano gli atti dei diversi enti che si erano espressi favorevolmente per la concessione dell’immobile”. La ricercata qualità costituisce un unicum pur nel ricchissimo patrimonio monumentale di Roma. La loggia, in buona parte in rovina, lungo via di Ponte Rotto poggia su sette colonne inalveolate, alternate a paraste, tutte in mattoni e con cornici a denti di sega. L’ingresso è da una grande porta, in via Petroselli, sovrastata da un architrave ad arco ribassato, sostenuta da due mensole a testa di leone. Al lato del portale di ingresso, la finestra accoglieva in passato il busto del proprietario. L’edificio ha due livelli: il piano terra con una scala in muratura, ad elle, sul lato destro, che porta al piano superiore costituito da una grande sala rettangolare dal pavimento ligneo, utilizzata anche per ospitare convegni. La sovrapposizione di stili ed elementi è evidente nei capitelli in argilla sopra semicolonne sul lato sinistro, nelle mensole con cupidi, nel cornicione con beccatelli e nei resti della struttura a sbalzo, elementi che evidenziano le numerose ristrutturazioni a cui è stato sottoposto l’edificio. La ricercata grandezza si riconosce soprattutto nella complessità della copertura, con doppia volta a crociera sui due livelli, in quello inferiore interrotta a metà dal muro verso l’ingresso.

 

 

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