L’Avana sta vivendo una delle fasi più critiche della sua storia recente.
Da oltre 24 ore, l’intera nazione è paralizzata da un massiccio blackout nazionale causato da un deficit produttivo che ha ridotto la disponibilità elettrica a meno della metà della domanda interna. Secondo la compagnia elettrica statale Une, la crisi è figlia di una cronica carenza di combustibile, aggravata dalle restrizioni imposte dagli Stati Uniti che – dopo decenni di embargo economico – hanno anche interrotto le forniture di greggio dal Venezuela, storico partner strategico del governo cubano. In questo scenario di estrema fragilità, le parole aggressive del presidente statunitense Donald Trump hanno scosso ulteriormente gli equilibri diplomatici. Parlando con i giornalisti, l’inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che sarebbe un “grande onore prendere Cuba”, aggiungendo: “Se la libero o la prendo, penso che posso farci qualunque cosa voglio”. Trump ha descritto l’isola come una “nazione molto indebolita” e ha giustificato la sua posizione citando l’eredità “violenta” dei fratelli Castro. Ma c’è di più. Secondo il New York Times, gli Stati Uniti hanno detto che il presidente cubano deve dimettersi per far progredire le trattative in corso sul futuro dell’isola. La mossa – assimilabile a quella compiuta in modo più violento con il Venezuela – eliminerebbe una figura chiave ma lascerebbe in carica il governo che guida Cuba da decenni. Secondo il giornale, gli Stati Uniti non stanno facendo pressione finora per intraprendere azioni contro i membri della famiglia Castro. Per tentare di arginare il collasso economico, il governo guidato da Miguel Díaz-Canel ha annunciato una decisione storica: i cubani residenti all’estero e i loro discendenti potranno investire e possedere attività private sull’isola. La conferma è arrivata dal ministro del Commercio Estero, Oscar Perez-Oliva, che in un’intervista alla NBC ha ribadito la volontà di mantenere “relazioni commerciali fluide” anche con le aziende statunitensi. L’apertura mira ad attrarre capitali per modernizzare le infrastrutture ormai obsolete – a partire proprio dalla rete elettrica – e rilanciare settori chiave come il turismo e l’industria mineraria. Si tratta di una concessione senza precedenti alla diaspora cubana, concentrata soprattutto in Florida, che per decenni è stata vista con sospetto dalle autorità dell’Avana. La crisi energetica ha costretto il Paese a un piano di emergenza estremo, con un razionamento della benzina che colpisce ogni settore produttivo. “Il blocco ci priva di finanziamenti, tecnologia e mercati”, ha denunciato il ministro Perez-Oliva, sottolineando come l’embargo in vigore dal 1962 sia stato inasprito negli ultimi anni per colpire specificamente l’approvvigionamento energetico. Nonostante le difficoltà, il processo di transizione economica interna non si ferma. Dalla riapertura del 2021 sono nate circa 10.000 imprese private che oggi generano il 15% del Pil e impiegano oltre il 30% dei lavoratori. Per la prima volta in sessant’anni, le vendite del settore privato (55%) hanno superato quelle statali. Dall’inizio di marzo 2026, il governo ha autorizzato per la prima volta le collaborazioni tra imprese statali e privati cubani.






