venerdì, Aprile 3, 2026

Trump licenzia Pam Bondi, ministra della Giustizia caduta in disgrazia

Licenziata in tronco, sia pure con tanti ringraziamenti. Il presidente americano Donald Trump ha rimosso Pam Bondi dal ruolo di Attorney General, procuratrice generale, posizione che nell’esecutivo statunitense equivale più o meno a quello del nostro ministro della Giustizia – ma che è anche la più alta autorità delle forze dell’ordine nel Paese. Al suo posto, ad interim, è nominato Todd Blanche, attuale vice e già avvocato personale del presidente. La notizia è confermata dallo stesso Trump sul suo social privato Truth, dove descrive Bondi come “una grande patriota americana e un’amica fedele, che ha servito con lealtà”, annunciando per lei un futuro ruolo nel settore privato. Siamo dunque al secondo pezzo essenziale del governo Trump che cade nel giro di poche settimane, dopo il licenziamento di Kristi Noem, segretaria alla Sicurezza interna, sostituita dal senatore dell’Oklahoma ed esperto di idraulica Markwayne Mullin. Dietro i complimenti di facciata, si nasconde una rottura maturata in mesi di crescenti tensioni e turbolenze. Bondi, 60 anni, arrivata al dipartimento dopo il ritiro di Matt Gaetz, era stata scelta per la sua fedeltà assoluta, ma non è riuscita a soddisfare le richieste più pressanti della Casa Bianca. Trump si era più volte spazientito per la inefficienza della ministra nel perseguire i suoi avversari politici, come l’ex direttore dell’Fbi James Comey o la procuratrice di New York Letitia James: procedure che si sono arenate o finite nel nulla. Nel frattempo, per oltre un anno Bondi ha rimosso centinaia di funzionari di carriera, sostituiti da profili più allineati alla linea del presidente, autorizzato l’esodo di funzionari esperti, lasciando così indebolite le unità che si occupano di corruzione e sicurezza nazionale, insieme a molti uffici locali dei procuratori federali. E tutto ciò le ha attirato l’ostilità di una grossa parte dell’amministrazione. Ha rivendicato una lotta senza quartiere alla criminalità, trasformatasi però in una caccia senza regole agli immigrati, che ha spesso invaso le competenze degli Stati e delle città. Per l’opposizione democratica e per molti dipendenti del ministero, questa gestione ha trasformato la politica federale in uno strumento di ritorsione politica. Bondi ha sempre respinto le accuse di aver politicizzato il dipartimento, sostenendo di aver voluto riportare l’equilibrio dopo quelle che definiva interferenze del governo precedente. Tuttavia, il suo stile aggressivo e il fedelissimo allineamento alle posizioni di Trump — tanto da esporre una bandiera con il volto del presidente all’esterno del ministero — avevano creato una frattura con gran parte dell’apparato giudiziario americano. A pesare è stata anche la gestione dei documenti relativi al caso di Jeffrey Epstein, il miliardario coinvolto in una vasta rete di abusi e traffici sessuali, a lungo amico di Trump, morto in carcere nel 2019. Bondi aveva alimentato le aspettative dei fan di Trump suggerendo l’esistenza di una lista di clienti potenzialmente dirompente. Ma la diffusione di milioni di file, in parte oscurati, si è rivelato un pasticcio e un boomerang – che ha rianimato l’opposizione e imbarazzato la Casa Bianca. Anche tra i repubblicani al Congresso il clima era cambiato. L’atteggiamento arrogante di Bondi durante l’ultima deposizione non l’aveva aiutata. Il malumore aveva spinto una commissione a guida repubblicana a convocarla per testimoniare sotto giuramento il prossimo 14 aprile, ma ora non è chiaro che cosa succederà. L’avvicendamento con Todd Blanche segna un ulteriore passo verso un controllo più diretto della Casa Bianca sulle questioni legali. Blanche è una figura vicinissima a Trump, avendolo difeso personalmente come avvocato in diversi processi di alto profilo prima di entrare nell’amministrazione. La nomina è definita “ad interim”, quindi si suppone che sia provvisoria. Secondo i media americani, per il ruolo permanente a capo del ministero della Giustizia circola con insistenza il nome di Lee Zeldin, attuale responsabile dell’agenzia per la protezione dell’ambiente.

 

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