domenica, Maggio 3, 2026

Dazi, l’accordo che non c’era: il conto politico che l’Ue continua a rinviare

Il primo maggio 2026, mentre in gran parte d’Europa si celebrava la festa dei lavoratori, Donald Trump ha scelto di affidare a Truth Social un annuncio destinato a pesare proprio sul lavoro europeo. Da lunedì prossimo, i dazi sulle automobili e sui camion importati dall’Unione Europea negli Stati Uniti saliranno al 25 per cento. La motivazione ufficiale, formulata nel suo stile ormai riconoscibile, è arrivata senza sfumature: “L’Unione Europea non sta rispettando il nostro accordo commerciale”. La formula scelta dal presidente americano è quella solita: accusatoria, perentoria, e sufficientemente vaga da non richiedere prove, anche se produttrice di effetti immediati. E gli effetti colpiranno uno dei nervi scoperti dell’economia continentale, in particolare Germania, Francia, Italia e Spagna, proprio mentre i rapporti transatlantici sono già logorati da mesi di attriti sulla guerra in Iran, sulle spese militari e sulle ripetute minacce di ridimensionamento della presenza americana in Italia, Spagna e Germania. Più che un episodio isolato, questo annuncio appare come l’ennesimo capitolo di una linea politica coerente, e certo non di una mattana. In Italia, la notizia ha innescato il prevedibile scontro politico interno, con il governo impegnato a minimizzare i danni e l’opposizione a trasformare ogni dossier internazionale in una resa dei conti sulla coerenza di Giorgia Meloni rispetto al suo rapporto con Trump. Elly Schlein non ha perso tempo: “Siamo curiosi di sapere se Giorgia Meloni farà un altro video per attaccare i giudici e difendere il suo amico presidente Trump, oppure se difenderà per una volta gli interessi italiani”, ha dichiarato la segretaria del Pd, ricordando anche che l’esecutivo “aveva promesso un piano da 24 miliardi che poi è sparito nel nulla”. Dal lato della maggioranza, Antonio Tajani ha scelto la via del realismo cauto, una postura che negli ultimi mesi è diventata la sua cifra distintiva su questo dossier: pur definendo inaccettabili le mosse unilaterali, ha dichiarato che la linea del governo è lavorare per il dialogo, dichiarando che “non ci sarà nessuna guerra commerciale” se si riuscirà a far rispettare gli accordi presi. A livello europeo, le reazioni non sono mancate, ma si sono fermate alla soglia della denuncia verbale. Bernd Lange, presidente della commissione per il commercio internazionale del Parlamento europeo, ha parlato di una decisione “inaccettabile” indicando chiaramente il punto che inquieta molte cancellerie europee: “Quest’ultima mossa dimostra quanto siano inaffidabili gli Stati Uniti. Non è questo il modo di trattare partner stretti. Ora possiamo solo rispondere con la massima chiarezza e fermezza, facendo leva sulla forza della nostra posizione.” La Commissione europea, dal canto suo, si è limitata a una formula più istituzionale, affermando di riservarsi “ogni possibilità di azione per tutelare i propri interessi”. Nella grammatica di Bruxelles, è il linguaggio di chi non vuole rinunciare a nessuna opzione ma, nello stesso tempo, non è ancora pronto a sceglierne una. Il paese che osserva tutto questo con maggiore apprensione è la Germania. Berlino non ha ancora alzato la voce in modo formale, ma sa meglio di chiunque altro che qui non si parla soltanto di export. Berlino sa meglio di tutti che Volkswagen, BMW e Mercedes non rappresentano solo simboli industriali: sono occupazione, filiere produttive, equilibrio sociale e consenso elettorale. L’accordo ‘violato’ risale allo scorso luglio, quando Trump e Ursula von der Leyen si erano stretti la mano, metaforicamente, in un campo da golf scozzese, dando vita a quello che era stato ribattezzato “Accordo di Turnberry”. L’intesa prevedeva una tariffa del 15 per cento sulla maggior parte delle merci europee verso gli Stati Uniti, in cambio di maggiori acquisti europei di energia e armamenti americani. L’Europa aveva accolto l’accordo con sollievo: seppure immotivati dazi al 15% non erano la fine del mondo, insomma sembrava la fine della guerra dei dazi. La fragilità di quell’equilibrio emerse però con chiarezza a febbraio 2026, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti colpì il cuore dell’intera costruzione. Con una sentenza tanto giuridicamente rilevante quanto politicamente clamorosa, i giudici stabilirono che Trump non aveva l’autorità legale per dichiarare un’emergenza economica e imporre tariffe sulle merci europee. Da quel momento l’accordo di Turnberry entrò in una zona grigia. Le tariffe scesero al 10 per cento, l’amministrazione americana cercò di riorganizzare il quadro, ma il fondamento normativo era ormai incrinato. Il problema non è che Trump abbia deciso di alzare i dazi, prima o poi sarebbe accaduto comunque. La questione riguarda la incapacità europea di rispondere in modo coercitivo e credibile, per ragioni squisitamente politiche. Alzare dazi di ritorsione contro gli Stati Uniti significa mettere d’accordo ventisette governi con interessi divergenti, con diversi gradi di esposizione commerciale verso Washington, e con diversi calcoli interni sul costo elettorale di uno scontro aperto con Trump. La Germania non vuole sacrificare il mercato americano per le sue auto; i paesi dell’Europa orientale non vogliono irritare l’alleato da cui dipende la loro sicurezza; e alcuni governi, come quello italiano, hanno coltivato un legame personale o ideologico con l’amministrazione Trump che rende ancora più difficile il passaggio dalla protesta diplomatica alla rappresaglia economica. È qui che emerge il consueto limite strutturale dell’Europa. Quando si tratta di commercio offensivo, anche dove l’unanimità non è formalmente necessaria, la politica finisce per pretenderla di fatto. E così l’Unione, pur avendo il peso di un grande mercato, si muove spesso come un gigante che avanza nel pantano: la forza c’è, ma ogni passo è rallentato dalla paura di disturbare i propri equilibri interni. Da lunedì 4 maggio, ogni automobile che partirà dagli stabilimenti di Monaco, Torino o Parigi diretta verso New York arriverà sul mercato americano con un costo maggiore del 25 per cento. Il messaggio è che finché l’Europa non risolverà il problema della propria volontà politica collettiva, ogni accordo con Washington resterà esposto alla revisione unilaterale. Non è soltanto una questione di Trump, è una questione di che tipo di attore globale l’Unione Europea voglia essere, e se sia disposta a pagare il costo politico interno che quella scelta comporta.

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