C’è un appartamento all’ultimo piano di un palazzo sul Lungotevere della Vittoria dove il tempo sembra essersi fermato, sospeso tra le battute veloci di una macchina da scrivere e lo scorrere lento del fiume. È qui, al civico 1, che dal 1963 fino alla sua scomparsa nel 1990 visse e lavorò Alberto Moravia, uno dei più grandi intellettuali del Novecento. Oggi varcare la soglia della Casa Museo significa immergersi in un racconto intimo, un viaggio inaspettato nell’anima di Roma e del mondo intero, vista la natura cosmopolita dello scrittore. Quando Moravia decise di trasferirsi in questo quartiere, lasciando l’abitazione di Via dell’Oca a due passi da Piazza del Popolo, lo fece per iniziare un nuovo capitolo della sua vita insieme alla giovane scrittrice Dacia Maraini. Dalla terrazza dell’attico osservava una Roma più “europea”, fatta di grandi viali alberati, barconi e canottieri che si allenavano sul fiume, con il Tevere protagonista indiscusso, personificazione di quello stesso fiume che aveva animato i suoi celebri Racconti romani. Al centro dello studio, la sua inseparabile macchina da scrivere Olivetti 82 poggia ancora su una scrivania che sembra una scultura dalle forme irregolari, un ingegnoso gioco d’incastri di legno di quercia e noce creato per lui dall’amico artigiano Sebastian Schadhauser. Una presenza quotidiana che Dacia Maraini ricorda così: «Quando vedo la macchina da scrivere su cui Alberto batteva con due dita, ma rapidissimo, interrompendosi ogni tanto per lanciare uno sguardo rapido e festoso al cielo romano dietro la finestra, non posso che provare una grande tenerezza». Oltre ai romanzi, la casa custodisce anche il preziosissimo archivio dello scrittore: cassetti ricolmi di ritagli di giornale d’epoca, articoli e documenti che testimoniano la sua instancabile attività di giornalista e critico dagli anni Trenta in poi. Le ampie e luminose stanze della casa sono una galleria d’arte privata. Alle pareti non semplici quadri, ma testimonianze di amicizie profonde e scambi intellettuali: dai ritratti firmati da Carlo Levi e Renato Guttuso, con cui Moravia strinse un legame speciale, alle opere d’avanguardia di Mario Schifano, Tano Festa e degli altri protagonisti della Scuola di piazza del Popolo. Artisti, registi e poeti, primo fra tutti Pier Paolo Pasolini, frequentavano regolarmente questi salotti inondati di luce, discutendo di letteratura, pittura e politica con il cielo di Roma a fare da sfondo attraverso le finestre affacciate sul Tevere.







