Oggi si è dimessa in blocco la Giuria internazionale della Biennale Arte 2026. Lo ha comunicato la Fondazione La Biennale di Venezia con una nota laconica, all’indomani della visita degli ispettori del ministero della Cultura, inviati dal ministro Alessandro Giuli. «A partire dal 30 aprile 2026, noi, la giuria internazionale selezionata da Koyo Kouoh, Direttore Artistico della 61esima edizione della Biennale di Venezia in Tonalità Minori, abbiamo rassegnato le nostre dimissioni. Lo facciamo in ottemperanza alla nostra Dichiarazione di Intenti rilasciata il 22 aprile 2026» si legge in una nota. La presidente Solange Farkas e le componenti Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi hanno lasciato l’incarico. Una decisione senza precedenti che arriva in un clima di fortissima tensione tra la presidenza di Pietrangelo Buttafuoco e il governo. Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare indietro di oltre due anni, alla nomina di Buttafuoco. Nell’ottobre 2023 l’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano – su indicazione dell’esecutivo Meloni – sceglie il giornalista e scrittore siciliano, figura di spicco della destra intellettuale (ex militante del Msi, poi convertito all’Islam), per guidare la Fondazione Biennale al posto di Roberto Cicutto. Buttafuoco entra in carica nel 2024 e la Biennale Arte 2026 prende forma sotto la direzione artistica di Koyo Kouoh. Ma è proprio sulla gestione geopolitica che esplode il conflitto. Il nodo è il Padiglione Russo: nonostante la guerra in Ucraina e le sanzioni internazionali, la Fondazione decide di riaprirlo. Buttafuoco lo difende come “spazio di dissenso” e di dialogo, annunciando perfino iniziative parallele per commemorare il “Biennale del Dissenso” del 1977. La scelta però divide: proteste di artisti, petizioni internazionali, minacce di congelamento di fondi europei e durissima reazione del ministro Giuli, che a marzo chiede (invano) le dimissioni della consigliera di amministrazione indicata dal Mic, Tamara Gregoretti, che ha sostenuto la linea di apertura alla Russia. Ventiquattr’ore dopo la visita, la giuria si dimette in blocco. Un gesto che sa di protesta contro quella che molti leggono come un’intromissione politica nella libertà artistica. La Biennale, a cinque giorni dall’apertura al pubblico, si ritrova senza giuria per i massimi riconoscimenti. Il presidente Buttafuoco e la Fondazione non hanno ancora commentato nel dettaglio. Resta da vedere come si chiuderà questa crisi: se con un commissariamento, con una nuova giuria d’urgenza o con un’edizione che, nata sotto il segno della “libertà di espressione”, rischia di essere ricordata soprattutto per la contrapposizione tra politica e arte.







