sabato, Aprile 25, 2026

Cipro, realpolitik e rigore. L’Europa si compatta sotto l’ombra di Trump

Un summit “interlocutorio”, nel linguaggio felpato della diplomazia, ma nei fatti un campo di battaglia dove l’Unione Europea ha cercato di definire la propria sopravvivenza politica tra le spinte del Medio Oriente e le picconate che arrivano da Washington. Il vertice informale di Cipro si è chiuso con un’immagine che vale più di mille comunicati: quella di Ahmad Al-Sharaa, l’ex jihadista oggi alla guida della nuova Siria, seduto accanto a Ursula von der Leyen. È il trionfo della realpolitik: il leader, un tempo nella “black list” di Bruxelles, è oggi considerato un partner solido per stabilizzare l’area. Il vero “convitato di pietra” a Nicosia è stato però Donald Trump. Le costanti critiche della Casa Bianca, che accusa l’Europa di immobilismo sul fronte iraniano, stanno agendo da paradossale collante per i 27. La consapevolezza è ormai matura: l’UE deve imparare a camminare da sola. Se il premier polacco Donald Tusk mette apertamente in dubbio la lealtà statunitense, il presidente cipriota Christodoulides ha rilanciato la necessità di un vademecum per la mutua assistenza militare. Sullo sfondo, l’ipotesi di uno strappo clamoroso: il possibile forfait fisico del Tycoon al prossimo G7 di Évian, con un freddo collegamento video al posto della presenza istituzionale. Se la minaccia esterna unisce, il bilancio continua a dividere profondamente. La spaccatura tra il “fronte Med” e i “frugali” del Nord è tornata a farsi sentire con violenza sulla crisi energetica. Il premier spagnolo Pedro Sánchez, sostenuto a distanza da Giorgia Meloni, ha provato a sparare le sue cartucce: proroga del Recovery, allentamento del Patto di Stabilità per gli investimenti green e tassa sugli extraprofitti.La risposta da Berlino e Bruxelles è stata però un muro invalicabile. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha liquidato gli  Eurobond come “inimmaginabili”, trovando sponda in una Von der Leyen più austera che mai. La Presidente della Commissione ha opposto un educato ma fermo “nein” alla sospensione dei vincoli, invitando i Paesi a spendere i fondi già disponibili invece di chiederne di nuovi. Nonostante il gelo sui numeri, Giorgia Meloni non ha abbandonato il tavolo delle trattative. “Anche i tedeschi si rendono conto delle difficoltà”, ha dichiarato la Premier, ammettendo che, pur partendo da posizioni distanti, l’obiettivo resta quello di avvicinarle per evitare che un eccessivo ricorso agli aiuti di Stato aumenti le disparità tra le nazioni. In questo stallo, resta l’incognita di Emmanuel Macron: il presidente francese è apparso defilato sui conti, ma la sua spinta verso una “sovranità europea” richiederà, prima o poi, quelle risorse comuni che oggi il Nord continua a negare. Il discorso è tutt’altro che chiuso; la partita si sposta ora a giugno, in un clima transatlantico che promette di essere ancora più plumbeo.

 

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