domenica, Maggio 10, 2026

La “Palla nautica” e gli esperimenti nel mare di Civitavecchia: la storia dimenticata del sommergibile di Felice Balsamello

C’è una storia poco conosciuta che unisce Civitavecchia alle prime pionieristiche sperimentazioni subacquee italiane di fine Ottocento. Una vicenda fatta di ingegno, rischio, fede e tentativi visionari di conquistare le profondità marine, quando il concetto stesso di sommergibile era ancora agli albori. Per scoprirla bisogna partire da Gangi, borgo montano in provincia di Palermo, eletto nel 2014 “Borgo più bello d’Italia”. All’interno del Santuario dello Spirito Santo, chiesa del XVII secolo, è custodito un curioso ex voto: una riproduzione in oro della cosiddetta “Palla nautica”, accompagnata da un’incisione realizzata dal suo stesso inventore, Felice Balsamello. Scienziato e inventore eclettico nato nel 1854, Balsamello progettò nel 1889 uno dei primi mezzi italiani pensati per l’immersione subacquea. La “Palla nautica” era una struttura sferica metallica dal diametro di circa tre metri e con pareti spesse 35 millimetri, concepita per scendere in profondità e consentire l’osservazione dei fondali. Il primo esperimento rischiò però di trasformarsi in tragedia. Durante un’immersione, la pressione marina mise a dura prova le paratie del mezzo, che iniziarono a cedere facendo entrare acqua all’interno della sfera. Fu lo stesso Balsamello, nel libro “Fede, viaggi e fisica” pubblicato nel 1909, a raccontare quei drammatici istanti vissuti tra paura e preghiera. Convinto di essere ormai vicino alla morte, l’inventore invocò Gesù e lo Spirito Santo mentre l’acqua continuava a salire nella cabina. Solo il recupero della sfera riportata in superficie gli salvò la vita. Da qui nacque l’ex voto ancora oggi conservato nel santuario siciliano, simbolo della “grazia ricevuta”. Ma è proprio il mare di Civitavecchia a diventare, negli anni successivi, il teatro principale degli esperimenti della “Palla nautica”. Le prove vennero effettuate al largo del porto cittadino e finirono persino sulle pagine del Corriere della Sera. Nell’edizione del 9 maggio 1893, il quotidiano raccontava nei dettagli una delle immersioni sperimentali svolte nel porto. A scendere per primo nella sfera fu il capitano Scotti insieme a un marinaio. Una volta chiuso ermeticamente il portello, la “Palla nautica” raggiunse autonomamente il fondo per poi risalire in superficie. Successivamente toccò al giornalista Adolfo Rossi, inviato della “Tribuna”, che descrisse l’esperienza parlando della possibilità di osservare l’acqua circostante attraverso quattro vetri installati nella struttura e della presenza di speciali tenaglie esterne pensate per recuperare oggetti dal fondale. Nonostante l’entusiasmo iniziale, gli esperimenti si rivelarono però estremamente rischiosi. Il giorno successivo, sempre il Corriere della Sera scrisse che le prove erano risultate “meschine”, spiegando come il recupero della sfera fosse stato possibile soltanto grazie a una robusta gomena collegata a un argano del vapore d’appoggio. Durante una delle immersioni, infatti, il marinaio presente all’interno della sfera avrebbe gridato terrorizzato: “Non si sale più!”, intuendo il pericolo prima ancora del giornalista che lo accompagnava. Le prove continuarono comunque nei giorni successivi raggiungendo profondità di circa 65 metri, risultati considerevoli per l’epoca. Agli esperimenti assistette anche Ricciotti Garibaldi, figura di rilievo dell’Italia post-unitaria. Nonostante la curiosità suscitata dalla “Palla nautica”, il Ministero della Marina decise di non investire ulteriormente nel progetto. Negli stessi anni, sempre a Civitavecchia, veniva sperimentato anche un altro mezzo subacqueo, “l’Audace”, anch’esso destinato a non avere fortuna. Resta però il fascino di una pagina quasi dimenticata della storia cittadina e della tecnologia italiana. Una stagione di intuizioni pionieristiche vissuta tra il porto e il mare di Civitavecchia, quando uomini visionari cercavano di sfidare gli abissi con mezzi rudimentali ma straordinariamente innovativi per il loro tempo. E viene naturale chiedersi se tra coloro che osservavano quelle sperimentazioni ci fosse anche Cesare Laurenti, civitavecchiese considerato il padre del sommergibile italiano, laureatosi proprio nel 1889, lo stesso anno della nascita della “Palla nautica”.

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