Non hanno voglia di commentare i condomini del palazzo di Via Manzini dove ieri notte è esploso un ordigno davanti al portone. Forse una bomba carta che ha lasciato il segno della fiammata. Sembra un atto intimidatorio come quelli che la cronaca ha registrato in passato a Ostia nel contesto del traffico di droga. Indaga la Polizia che ieri è intervenuta anche con la Scientifica. Nessuno ha visto niente.
Anche se, lontano dai microfoni, qualcuno ci riferisce che chi ha piazzato l’esplosivo sul pianerottolo del portone è corso via piedi, in una nuvola di polvere, sollevata dall’esplosione, mentre un forte odore di zolfo, simile a quello lasciato dai fuochi d’artificio, saturava l’aria. In questi palazzi, realizzati da un ente pubblico, vivono perlopiù famiglie in affitto. Su 67 appartamenti, 35 sono stati venduti.
Ma alcune case sarebbero state occupate. Gli abusivi cambiano spesso. Ci sono residenti che appaiono e scompaiono. E da un paio di giorni uno degli appartamenti era rimastro vuoto. Si mormora anche un cognome ingombrante della criminalità romana. L’ipotesi che fosse il destinatario del messaggio lanciato con l’esplosione di ieri notte.
L’ombra di un clan dietro l’esplosione in via Manzini







